Lezioni d’Arte – L’importanza del segno: il caso di Giuseppe Capogrossi

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Giuseppe Capogrossi

Non hanno titolo i suoi quadri, non sono altro che superfici. Quando approda all’astrattismo Giuseppe Capogrossi (Roma, 7 marzo 1900 – Roma, 9 ottobre 1972) è più che quarantenne, è un artista già conosciuto, protagonista della scena romana. Non ha avuto maestri, ma si è basato sulla grande tradizione classica, da Piero della Francesca a Picasso precubista.

I suoi primi dipinti, tra agli anni Venti e Trenta, presentavano una popolazione a tratti primitiva, sospesa in uno spazio indecifrabile e senza tempo. Capogrossi si propone di definire lo spazio e così naturalmente arriva al linguaggio astratto.

Quel segno che traccia sulla superficie della tela sarà la sua fortuna. Una forma arcaica, lunare, forse retaggio di qualche antico segno cinese. La ripete all’infinito ma ogni volta le dona un ritmo diverso, come nella musica. Per Capogrossi questo segno, ricorrente nei suoi quadri, non ha alcun significato simbolico. È soltanto l’elemento base, il modulo che utilizza in modo personale ed originalissimo per esprimersi.   

Se i miei quadri danno un’emozione, qualunque essa sia, già è bene.

Il segno non contiene nessun concetto, rappresenta solo se stesso. La sua forma archetipica definisce lo spazio. Appare per la prima volta intorno al 1950 durante l’esposizione alla Galleria del Secolo di Roma, in cui l’artista presenta queste nuove opere astratte come qualcosa di inquietante e rasserenante allo stesso tempo.

Capogrossi moltiplica, allinea, ingigantisce la sua formula grafica spaziale. I segni bianchi e neri si impossessano dello spazio, si incontrano, fino a costruire una sorta di catena. Il segno può essere invertito, usato ritmicamente. Si ci può giocare come si vuole. L’impianto del disegno e del colore colpiscono da subito lo spettatore, come un fregio antico.

Giuseppe Capogrossi, Superficie 678

Capogrossi è abile nell’inserire anche il colore, che si accende nei toni del rosso e dell’arancio. Le pennellate si fanno più vivaci e si animano. I campi diventano più grandi e si trasformano in zone magnetiche, un’attrazione fatale per lo sguardo. I segni diventano un’organizzazione interiore della spazialità.

C’è chi ci ha visto una luna in quei tratti, chi una forchetta o un tridente. Capogrossi lascia libera interpretazione ad ognuno di noi. Per l’artista sono soltanto moduli spaziali, fortemente liberi, tratto distintivo della propria personalità. Possiamo pensarli come estensione nella sua interiorità. Unica ed originale.

La fortuna del sue autentico segno lo porta in giro per il mondo. È uno dei pochi italiani che negli anni Cinquanta espone in America. I critici stranieri riconoscono e amano la sua originalità, lo considerano libero da ogni costruzione concettuale.

Rischiava di cadere nell’effimero segno decorativo, invece il mistero intriso nella sua forma ha sempre catturato l’attenzione. È come se ci trovassimo sempre di fronte un alfabeto primitivo, di un linguaggio arcaico che non riusciamo a decifrare. La difficoltà della sua arte non risiede infatti nella creazione di un segno ma nella sua efficacia. Quella ricetta segreta che lo rende sempre contemporaneo e sempre vivo nel mondo dell’arte, senza annoiare mai.

…improvvisamente, senza alcun segno premonitore, abbandonò il figurativo per l’astratto, il mestiere per la fantasia.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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