Giornata internazionale o no, la violenza sulle donne non vive tregua alcuna

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Questo doveva essere un ricordo di Boge, il soprannome con cui era nota Bogaletch Gebre, morta pochi giorni or sono, a 66 anni. Aveva fondato KMG Etiopia, un’organizzazione no profit che ne ha annunciato la scomparsa dopo una vita di lotte a favore della donna, contrastando forme di abuso dal fenomeno delle spose bambine alla violenza domestica. Per non parlare dell’infibulazione, la mutilazione genitale, che lei stessa aveva subito a dodici anni, e che l’aveva quasi uccisa. Questo doveva essere lo spunto per ricordare che il 25 novembre, grazie ad una risoluzione dell’Assemblea Generale della Nazioni Unite, ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Bogaletch Gebre aka Boge, eroina etiope contro la violenza di genere

Poi, in realtà, si sono susseguite le notizie della morte di Daniela Carrasco, El Mimo, attiva in prima linea nelle proteste contro il regime di Piñera, la cui morte è stata denunciata da Ni una de menos, morte che è ancora avvolta nel mistero e potrebbe essere suicidio; e quella certamente violenta di Albertina Martìnez Burgos, fotografa freelance della drammatica situazione cilena. E allora, per un simbolo che se ne va, nascono purtroppo altri simboli? Il fatto è che tutta questa simbologia è largamente insufficiente a dipingere un quadro della situazione, men che meno in questa nostra Italia ipocrita che certamente oggi si mobiliterà per questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

A parole.

La fotografa cilena Martìner Burgos

Nei fatti, la situazione è che vi è talmente tanta mancanza di rispetto nei confronti della violenza (non solo sulle donne, va detto), che tutto quello che interessa è poter produrre un dato altisonante: una donna morta ogni 72 ore, no, sono 48, addirittura 36; 180 donne morte dall’inizio dell’anno, oppure sono solo 165? Boge, El mimo, Albertina. Simboli, come Nadia Murad, come tante altre. Tra un simbolo e l’altro, fioriscono omicidi passionali, violenza verbale, accondiscendenza, stupri, mutilazioni, donne sfregiate con l’acido, omicidi-suicidi di mogli, ex mogli, fidanzate, figlie. Mentre la società civile, giornalismo, datori di lavoro, politica in testa (salvo eccezioni, non sia mai che siamo poco politically correct) lasciano tranquillamente che si pongano le basi culturali di questo genocidio e assieme tratta delle bianche: si vagheggia il ritorno all’indissolubilità del matrimonio (e quindi di ogni legame), all’illegalità dell’aborto, si ostacola la contraccezione, si vaneggia sugli uteri di proprietà della nazione, si osteggia la maternità sul posto di lavoro, si amplia la forbice tra gli stipendi, si insultano le scienziate, le reduci dei campi di concentramento. si sfrutta il corpo femminile, consenziente o meno, e nel contempo se ne nega la sessualità (a meno che non faccia spettacolo, ovvio). Fatevi venire in mente un’azione discriminatoria nei confronti delle donne, delle ragazze: qui in Italia, tutta impegnata oggi a celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, la troverete sicuramente messa in atto.

I modelli proposti per le donne, dell’Italia del 2019, sono sostanzialmente due: la donna angelicata (senza che si sappia a cosa facciamo riferimento, per carità), moglie madre casalinga, e la compagna di, esteticamente attraente e disinibita, da sfruttare senza rispetto. Tutto il resto, tutto quello che esula, fa paura. Naturalmente, anche tutto quanto sopra è uno dei figli di questa epidemia di ignoranza fortemente voluta da tutte le forze che pensavano, e non a torto, che un popolo ignorante avrà paura di tutto e non capirà nulla di quanto gli accade intorno e perciò sarà facilmente manipolabile (chiedere lumi a Gustave Le Bon ed Joseph Goebbels).

Poi sì, ci sono le eccezioni, che fanno quello che le eccezioni sanno fare meglio: statistica senza incidere sul sostrato sociale. E via, a celebrare un’altra Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Cambiando simbolo, come cambiare biancheria intima: l’anno scorso Marielle Franco e Nadia Murad, mentre folle di idioti si apprestano a chiedere che bisogno ci sia di una manifestazione del genere, attaccandosi ad un insensato discorso semantico sulla non congruità del termine femminicidio. Che invece è perfettamente congruo, in base al principio che se non tutti gli assassinii di donne sono femminicidi, tutti gli omicidi commessi su una donna in quanto donna (a causa del suo essere donna) vanno correttamente definiti come femminicidi. Quest’anno, anche per una questione di contiguità temporale, facciamo assurgere a simbolo Boge, Albertina Martìnez Burgos e, forse, El Mimo. Per poco, e poi via, alla ricerca di nuovi simboli, in una caccia orgiastica di dolore ed empatia. Triste è il paese che ha bisogno di eroi, ma tristissimo quello che li usa per marketing e marchandising.

Pris, replicante di Blade Runner: un archetipo di violenza nei confronti delle donne

Nel 2019 è ambientato Blade Runner, un futuro immaginato allora nel nostro presente, un futuro nel quale era stato ipotizzato che l’essere umano, potendo realizzare delle repliche perfette degli esseri umani (replicanti, o meglio androidi), non trova di meglio da fare che crearsi degli schiavi. E tra questi schiavi spicca anche  Pris, un replicante femmina con funzioni di piacere. Praticamente una prostituta sintetica. Se dovessimo scegliere un simbolo non transitorio per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ecco, probabilmente sceglieremmo Pris, un ideale maschile (ma non solo) da usare e abusare a piacimento per poi procedere al ritiro. Altre donne, che non siano replicanti, nella distopia di Dick/Scott non ce ne sono. E nemmeno c’è una Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Il futuro non è roseo, e nemmeno così lontano: il 2019 è quasi finito, e non vediamo segni di ottimismo.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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