Lezioni d’Arte – “Freedom not genius”, l’arte di Damien Hirst

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The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991
The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991

Lo chiamavano l’enfant terrible della Young British Art, il movimento inglese degli anni ’80 che lo ha lanciato nel mondo dell’arte, l’irriverente e provocatore Damien Hirst (Bristol, 1965). Libertà – appunto – e non genio è il modo giusto per descrivere la sua arte. Figure come lui hanno da sempre avuto gli occhi puntati addosso, il pubblico fa spallucce davanti alle sue creazioni, la critica lo punzecchia e il mercato dell’arte sembra essere sempre dalla sua parte. Non a caso il suo più grande eroico modello, fin dalla giovinezza, è stato Jeff Koons.

Per capire questi artisti dobbiamo considerare che il sistema dell’arte si basa oggi su meccanismi che hanno a che fare con i media e la pubblicità. Gli artisti contemporanei non hanno sicuramente la stessa notorietà delle star di Hollywood o dei calciatori ma possono riuscire a creare un alone di curiosità e un vero e proprio “caso mediatico” intorno alla loro figura, capace di portarli alla ribalta tra il pubblico e le aste di mercato. Provocazione, ironia, trash sono le chiavi vincenti che sfruttano al massimo.

Meglio creare indignazione che indifferenza nel pubblico. Sono “scandalosamente” famosi gli animali di Hirst sezionati e imbalsamati in formaldeide in vasche monumentali: squali di 4 metri, pecore e mucche compongono la serie Natural History. Ma anche il teschio umano ricoperto di circa 8.000 diamanti è tra le sue opere più note e più imitate nel campo della moda. Una realtà nuda e cruda che mostra ciò che siamo, da dove veniamo, la vita e la morte. Un modo come un altro per stupire il pubblico. I ricchi clienti americani lo adorano, le case di moda lo cercano per collaborazioni e le sue opere raggiungono prezzi esorbitanti. Che piaccia o no, questo è Damien Hirst e presto arriverà anche in Italia in occasione della Biennale di Venezia, con una maxi personale negli spazi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, dal 9 aprile.

La sua opera più discussa è la serie infinita di punti colorati, Spot Painting iniziata nel 1980 e mai finita. Quante opere di questa serie ci saranno ancora?! Il mercato dell’arte è in fibrillazione per ricevere risposta, perché l’infinita stesura dei pois potrebbe svalutare le tele. Difficile fermarsi per un artista come Hirst che ha realizzato la serie per esternare la gioia attraverso il colore e che è accompagnato da una numerosa squadra di assistenti che riproduce il lavoro in serie, come fosse una fabbrica.

Ho improvvisamente avuto quello che volevo: fare questa struttura, utilizzare alcuni colori e non fare altro.

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Damien Hirst – Spot Painting

Gli Spot Painting non hanno, infatti, alcun intervento umano – non più – sono realizzati meccanicamente o come un uomo che cerca di dipingere come una macchina. È stata per l’artista una sperimentazione ma da quando ha cominciato non ha più smesso. Al momento nel catalogo che cerca di racchiudere – per proteggere – tutta la sua produzione se ne contano 1365, con una media negli ultimi tempi di circa 60 dipinti all’anno. Punti di colore infinito, a volte dal diametro di un millimetro altre giganti, con titoli bizzarri presi da un catalogo farmaceutico. Nascondono una particolarità: nessun singolo colore è ripetuto nella tela. La difficoltà dell’artista sta proprio nella scelta dei colori da accostare. Questi rappresentano il suo stato d’animo, più chiari o più scuri in base al suo personale livello di gioia.

Quando gli Spot Painting vengono esposti, ovviamente non tutti insieme, nelle sale dei musei di tutto il mondo, si attua proprio l’obiettivo di Hirst: provocare nel pubblico angoscia e un certo disturbo. Il visitatore, infatti, si sente stretto e accerchiato dalla ripetitività di tutti questi punti colorati, nonostante l’apparente armonia delle tele, e infastidito vorrebbe solo scappare. Questo perché gli Spot –realizzati con una nascosta carica aggressiva – invadono i nostri sensi, ne prendono possesso e ci creano un forte turbamento, sorprendente, come se uscissero dalla loro dimensione. Geniale no?!

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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