I Grandi Classici – “Candido” di Voltaire, discorso sull’ottimismo pessimista

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L’abbiamo detto più e più volte: uno dei parametri fondamentali per giudicare e assegnare un’opera letteraria – di qualunque genere – all’Arte e all’Immortalità è quello dell’universalità, che si accompagna in maniera quasi indissolubile, ed è piuttosto logico, alla possibilità di riportare il pensiero di un autore anche piuttosto lontano nel tempo alla nostra realtà contingente. Ergo, il Candido di Voltaire assolve a questo compito ed entra in modo quasi stupefacente nel novero di quelle opere che potrebbero essere state scritte ieri, come dimostra la citazione di cui all’incipit, che sebbene riferito nel testo alla Francia del XVIII secolo si attaglia come un abito su misura anche, ad esempio, all’Italia contemporanea.

Voltaire

Candido, o l’ottimismo, tecnicamente parlando, è un racconto filosofico di Voltaire, con un preciso intento perciò, ossia quello di confutare le dottrine filosofiche improntate all’ottimismo, prima fra tutte quella di Leinbiz: al netto delle traduzioni, ciò avviene attraverso un testo breve e agile, suddiviso in capitoletti con tanto di titolo-riassunto secondo uno stile oggi desueto ma fino all’800 alquanto frequente. Testo che per molti versi potremmo anche ascrivere a ruolo di avo quantomeno del romanzo epistolare, poiché il racconto è intrecciato, avventuroso, denso di personaggi, relativamente poco didascalico, per quanto (ovviamente visto i dichiarati intenti) la visione filosofica e le teorie traspaiono chiaramente dalle considerazioni autoreferenziali del protagonista – Candido, appunto – o dei dialoghi di questi con i personaggi di contorno.

Pubblicato nel 1759, Voltaire pone nella propria opera la vividezza di un periodo in cui ebbe a subire numerosi persecuzioni, che lo condussero ad una visione disincantata del mondo; nondimeno questo non lo porta ad una visione manichea: semplicemente, nonostante avesse «convinzioni forti, grandi passioni intellettuali, una vasta cultura, una scrittura ironica e scintillante, una straordinaria curiosità per gli avvenimenti del suo tempo e una prodigiosa capacità di raccontare le idee» (Sergio Romano), nella sua opera per molti versi maggiore e più famosa nonostante le dimensioni ridotte a un centinaio di pagine, François-Marie Arouet aka Voltaire si limita a prendere atto che esistono dottrine filosofiche che ritengono il nostro il migliore dei mondi possibili ed a stigmatizzarle attraverso il racconto delle disavventure «di un ragazzo cui la natura aveva fornito di un temperamento assai mite … e il più ingenuo cuore del mondo: credo fosse chiamato Candido appunto per questo».

Gottfried Leibniz

Dopodiché, l’attualità: «era una terra… che i bulgari avevano messa a fuoco secondo il diritto delle genti» ricorda molto da vicino la pax statunitense; «(…) a lavorar nella sua manifattura di stoffe persiane fabbricate in Olanda» fa sovvenire il famose made in Italy realizzato in Romania; «i mali dei singoli fanno il bene dell’insieme sicché più sono i malanni individuali e meglio sta il tutto» ricorda le teorie di Milton Friedman o le considerazioni dei nostri Ministri d’accatto per i quali la disoccupazione cresce perché siamo in ripresa economica. E ancora, a leggere che secondo l’Università di Coimbra bruciare vive le persone sarebbe servito a prevenire i terremoti ricorda alcune forsennate dichiarazioni cattodementi sul link tra terremoto in Abruzzo e Unioni Civili.

«Los Padres sono padroni di tutto, le popolazioni di nulla: un capolavoro di ragione e giustizia» non suscita forse le ricorrenti novità sul fatto che una decina scarsa di persone detengono i nove decimi o giù di lì della ricchezza, mondiale o italica che sia? Voltaire ebbe chiaro che viveva in un’epoca che si confrontava con un nuovo che doveva arrivare e non arrivava mai, come Godot e la giustizia sociale marxista. Viviamo, come dice Ermanno Rea, in una costante attesa delusa, noi come Voltaire, e questo ci crea un disagio intellettuale non indifferente, ma permette al Candido di essere un lavoro letterario e filosofico godibilissimo e sorprendentemente attuale.

Dopodiché, siccome questo è un mondo governato dalle leggi della malvagità e del dolore, alcuni vi si trovano a loro agio, tanto che possiamo attribuire a Matteo Salvini, sodali ed epigoni, non il ruolo becero che saremmo tentati, bensì quello di illuminati filosofi che accettano di curare soltanto i propri interessi senza porsi domande sull’ineluttabilità e soprattutto della condivisione della condizione umana. Ci sia concesso: d’altra parte, il racconto argomentativo di Voltaire è stupefacente per la sua ironia e per il senso of humour di cui è intriso (in cui Candido guarda alla realtà con il pervicace ottimismo di un dodo), e pertanto lo omaggiamo con la nostra indegna ironia di vieppiù basso profilo.

D’altronde, noi siamo manichei, nichilisti e pessimisti: ma in fondo, un ottimista (come Leibniz) pensa che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Un pessimista, come noi e Voltaire, anche.

Pensate tutti i controsensi e le contraddizioni pensabili, li troverete tutti nel governo, nei tribunali, Nelle chiese, negli spettacoli di questa curiosa nazione.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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