Lezioni d’Arte – Piero della Francesca alla corte dei Montefeltro

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Lezioni d’Arte – Piero della Francesca alla corte dei Montefeltro

Doppio ritratto dei duchi di Urbino, 1465-1472 circa
Doppio ritratto dei duchi di Urbino, 1465-1472 circa

Aveva 13 anni Battista Sforza quando sposò Federico da Montefeltro, nel 1460, rendendolo signore di tutte le Marche. All’età di 25 anni la duchessa di Urbino aveva già avuto 8 figlie femmine nel disperato tentativo di donare al marito un legittimo erede maschio. La principessa, donna colta e saggia, diventa insieme a Federico da Montefeltro mecenate di una nuova arte rinascimentale. L’artista Piero della Francesca (Sansepolcro, 1416-1492) sancisce con i suoi capolavori il potere solido e l’umanesimo urbinate presso la corte dei Montefeltro.

La Pala di Brera (o Pala Montefeltro) del 1472 doveva celebrare la nascita tanto attesa del figlio Guidobaldo. Purtroppo proprio nel momento di massimo splendore per la corte e la famiglia, Battista Sforza si ammala e muore dopo pochi mesi lasciando suo marito nella disperazione più totale. La Pala d’altare, oggi presso la Pinacoteca di Brera, racchiude una serie illimitata di riferimenti simbolici che alludono alla famiglia Montefeltro, alle gioie e ai dolori che hanno vissuto.

Pala di Brera, o Pala Montefeltro (Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro), 1472
Pala di Brera, o Pala Montefeltro (Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro), 1472

L’ambientazione racchiude tutte le scoperte del Rinascimento: quella perfezione prospettica dettata dalle leggi matematiche, che rende così reale l’architettura. L’arco e le decorazioni marmoree richiamano quelle della nicchia del Pantheon: salta all’occhio la conchiglia più famosa della storia dell’arte, dalla quale pende un uovo di struzzo, illuminato rispetto allo sfondo in penombra, perfettamente in asse con il volto di Maria. L’uovo simboleggia la creazione, il momento divino di una nascita, con un riferimento alla perfezione della forma.

Il punto focale del dipinto è la Vergine, seduta su un trono riccamente decorato, in adorazione del Bambino. Disteso sulle sue ginocchia il Bambino riposa sereno, è nudo, vestito solo di una collana di corallo. La scena altro non è che l’ultimo saluto di Battista Sforza a quel figlio maschio tanto atteso. Il corallo è infatti prefigurazione della morte e del sangue versato da Cristo sulla croce: Battista è appena morta ma veglierà sempre sul suo Bambino.

La denominazione di Sacra Conversazione allude alla schiera di Santi e angeli che circondano la Vergine in trono, ognuno facilmente riconoscibile secondo l’iconografia tradizionale. Partendo da sinistra la presenza del Giovanni Battista simboleggia la chiesa di  Gubbio, città in cui morì Battista Sforza. È ritratto barbuto ed emaciato ed indica proprio il Bambino sottolineando l’allusione alla morte della Duchessa d’Urbino. San Bernardo da Siena ha il saio dei francescani, mentre San Gerolamo è riconoscibile per la pietra che si batte sul petto penitente. Dall’altro lato troviamo invece San Francesco d’Assisi, protettore di Urbino che mostra le sue stimmate, san Pietro di Verona con l’abito scuro dei domenicani e la ferita sulla testa e, infine San Giovanni Evangelista, con l’inconfondibile manto rosso.

I quattro angeli alle spalle, riccamente abbigliati e impreziositi da gemme e gioielli verranno ripresi nella Madonna di Senigallia opera di poco successiva di Piero che, Federico volle commissionare per il matrimonio di sua figlia Giovanna.

particolare_conchiglia_e_uovo_di_struzzo1In ginocchio, rigorosamente di profilo, è ritratto il Duca: Federico da Montefeltro. Piero fa risplendere ogni dettaglio dell’armatura con la luce che riflette sull’acciaio. Il mantello, la spada, gli anelli, i guanti e il bastone di comando lo eleggono a valoroso condottiero.

In tutta l’opera si avvertono confluenze di un passato antico e di un gusto più moderno, quello dell’arte fiamminga. Urbino era il centro vivo di questa congiunzione, lo si nota nel linguaggio dell’artista in cui la bellezza dell’opera è generata dall’incontro tra la realtà minuziosa nordica e la prospettiva rinascimentale italiana. Grazie a Piero della Francesca si renderà eterno nell’arte il mecenatismo umanistico dei duchi d’Urbino.
Si respira malinconia, potere, amore familiare nella prima Sacra Conversazione del Rinascimento.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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