Salvador Dalì e Sigmund Freud: abili scrutatori del contenuto latente

Appuntamento il 21 novembre alle ore 20:30 al Let's

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Si conobbero nel 1938 a Londra, un anno prima della morte di Sigmund Freud. Tra Salvador Dalì e l’inventore della psicoanalisi si creò un intesa tra geni, non compresa né condivisa dalla maggioranza dei principali esponenti dell’epoca. Di questo si parlerà al Let’s di Milano, il 21 novembre alle ore 20:30.

Salvador Dalì, “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio”, 1944

La società non era pronta per Freud, come non lo fu nemmeno per Friedrich Nietzsche e Karl Marx, annoverati da Paul Ricoeur come “i maestri del sospetto”. Scombussolarono le certezze, misero in crisi il pensiero buonista maggioritario che individuava nella ratio l’elemento aulico a cui fare riferimento. Il cervello ed insieme il corpo inteso nella sua complessità anatomica d’improvviso vennero dichiarati non più sufficienti per comprendere l’eziologia delle azioni, e così i lapsus verbali e i meccanismi di difesa si configurarono come metodi innovativi per avvicinarsi ad osservare più da vicino una componente ignorata fino a quel momento: l’inconscio. Il cui rappresentante primo, il sogno, si erge come via regia per svelare i desideri inespressi, le pulsioni di Eros e Thanatos affinate nelle loro specificità. E così, una volta scoperto questo mondo inviolato e ampiamente rifiutato dalla società benpensante dell’inizio del ‘900, Salvador Dalì cercò con di avvicinarsi a Freud, tanto da andare a Vienna dove:

Ricordo con piacevole malinconia i pomeriggi trascorsi vagando per le strade dell’antichissima capitale austriaca. La torta di cioccolata, che mangiavo in fretta tra un negozio di antiquario e l’altro (mi interessavano tutti), aveva un sapore leggermente amaro, suggerito proprio dalle anticaglie appena viste e accentuato dall’ironica delusione per quella visita sempre impossibile. La sera, prolungavo all’infinito lunghe e logoranti conversazioni immaginarie con Freud; spesso rincasava con me, e una notte rimase persino aggrappato tenacemente alle tende della mia stanza all’hotel Sacher (Salvador Dalì, “La mia vita segreta”).

“Telefono aragosta” (1936)

Si conosceranno però solo alla fine degli anni ’30 a Londra, e fu in quell’occasione che Freud si ricredette sui surrealisti, apprezzandone il maggiore esponente ossia Salvador Dalì, che lì seduto dinanzi a lui era intento a fargli segretamente un ritratto. Compresero di essere due dei più grandi estimatori della débâcle della razionalità, e inventando un metodo di analisi uno e l’altro esprimendo l’eccentrica personalità narcisista trasfigurandola su tela, la raccontarono. Nei sogni la parte consapevole, con i bias che predispongono a comportarsi in maniere consone alle regole e ai dettami tipici della società, cessano di esistere. Le difese calano, ed è subito rêverie e poi abbandono totale al notturno. Nei meandri della buio, spiriti incoscienti, atti incompiuti e ancestrali reminiscenze (per Carl Gustav Jung, almeno) prendono forma e materializzano la realtà della psiche nella sua interezza, presentandola però sempre con delle maschere.

Salvador Dalì, “Cigni che riflettono elefanti” (1937)

Il contenuto manifesto dell’onirico, quello ricordato anche al risveglio, nasconde sempre altro, ed è verso il latente che ci si deve orientare per incontrare realmente l’inconscio e le sue censure. Freud racconterà questo ne L’interpretazione dei sogni (1920) mentre Dalì realizzerà, sia prima che dopo aver conosciuto l’inventore della psicoanalisi, intere opere in cui la memoria, il sogno, le vie intrise di mistificazioni simboliche divengono i temi portanti. Così accade nella serie di illustrazioni realizzate per Alice nel paese delle meraviglie esposte al Museo Gallery Xpo Salvador Dalì a Bruges oltre che in opere quali “La persistenza della memoria” (1931), il simil-dada “Telefono aragosta” (1936), “La disintegrazione della memoria” (1954), “Cigni che riflettono elefanti” (1937). Sognare accade, semplicemente, a tutti, ma non tutti sono disposti a cercare di comprendere quello che c’è realmente, osservando direttamente il latente.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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