Lezioni d’Arte – Jean Dubuffet… e la chiamano Art Brut!

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Si sa, quando l’artista è irriverente, bizzarro, al limite dell’immaginabile non sempre viene capito in pieno dal grande pubblico. Così un grande errore nel corso della storia è stato limitare l’artista francese Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985) alla semplice definizione di autore di Art Brut!

Non basta e non si può ignorare la fantasia irrefrenabile di un artista in realtà al pari di quella di Mirò.

Il termine Art Brut fu coniato nel 1945 da lui stesso, per dissociarsi da ogni tipo di tradizione, accademismo o regole di alcun tipo. Art brut serviva ad esaltare la propria libertà creativa.

 L’Art Brut designa opere realizzate da persone indenni da cultura artistica, in modo che i loro autori traggano tutto dal loro profondo e non da stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda.

Così l’Art Brut diventa un manifesto per tutti gli emarginati, i solitari, gli outsider e gli autodidatti che dipingono per il solo desiderio di poter esprimere tutto senza essere giudicati. L’inconscio e la fantasia sono i motori di questo stile. Dubuffet formulò questa “teoria dell’Art Brut” in difesa di tutti quelli come lui, lui che arrivò alla popolarità pittorica soltanto a 40 anni realizzando la prima mostra, al Naviglio di Milano, nel 1958.

Dubuffet ha sperimentato diversi materiali e diverse tecniche nel corso della sua produzione: pittura, scultura, collage, una tavolozza bianca rossa e blu che ricordava il sogno. Paesaggi urbani, animali, volti caricaturali conquistano lo spazio creativo su cui lavora e le storie che nascono nella sua mente. Mettere in discussione la realtà, o quello che aveva creduto fosse realtà, era per lui qualcosa di stimolante. Dipinge tutta la vita, e a 61 anni inizia una serie, l’Hourloupe, la più lunga e la più originale dell’artista in cui elimina ogni presenza umana e libera l’istinto.

Jean Dubuffet, Jardin Mouvementé, collage con ali di farfalla, 1955

Già il titolo Hourloupe è un insieme di assonanze, “hurler” “hululer” “loup”, (ruggire, urlare, lupo). La serie è composta da disegni e dipinti che fuoriescono spontaneamente dalla mano di Dubuffet, come scarabocchi, come pensieri che si accavallano nel corso della giornata. Un’interpretazione del tutto personale della realtà. Una fantasia irrefrenabile che ha portato l’artista ad invadere non solo la tela, ma anche lo spazio, gli oggetti, il mondo circostante. L’arte, infatti, non è rilegata in un perimetro o in un letto. È libera di andare ovunque.

È così che queste linee fluide, colorate, che nascono da uno scarabocchio fatto durante l’attesa a telefono, sembrano animarsi e muoversi in tutte le direzioni, diventano delle architetture, delle istallazioni e delle opere viventi. Diventano costumi da far indossare e che vengono portati in scena, per la prima volta a New York nel 1973, nello spettacolo Coucou Bazar.

L’arte di Dubuffet fatta di fantasia, fuoriesce nel mondo esterno e diventa vita per ricordarci di non avere paura, di liberare i nostri istinti e la nostra personalità.
È questo che ci rende unici.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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