Jeff Buckley, per sempre «una goccia pura in un oceano di rumore»

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Jeff BuckleyUna biografia di Jeff Buckley (Anaheim, 17 novembre 1966 – Memphis, 29 maggio 1997) non ci serve. Perché quello che vorremmo sapere su di lui probabilmente lo sappiamo già, altrimenti avremmo moltissime fonti per cercare informazioni che lo riguardano. In verità quello che di Jeff Buckley ci serve oggi è proprio la voce, la sua voce, quella ricca di sfumature malinconiche, capace di trasmettere graffi ed energia senza pari. Eppure non ritornerà indietro, non possiamo far altro che constatarlo, se non grazie alle registrazioni dei suoi album, alle fotografie e ai volumi che ci parlano di lui, che continuano a farci compagnia. La voce di Jeff Buckley possedeva qualcosa di indecifrabile e terribilmente affascinante che ancora oggi, davanti a ogni ascolto, sbalordisce tutti gli amanti della sua musica. È qualcosa di inconscio, che ha a che fare con i sensi, con la parte emozionale di noi. Quel timbro che risuona autentico e puro, in ogni nota e in ogni sottolineatura. E poi quella musica, quell’arrangiamento che non si spiega. Si ascolta e basta, si memorizza nella propria testa, e saper leggere uno spartito non è fondamentale. È in questo modo che Jeff Buckley colpisce i cuori di chi, a distanza di quel lontano 29 maggio, lo ha perso ma senza perdere la sua musica.

Oggi avrebbe potuto camminare come tante altre celebrità dello spettacolo per le grandi strade dell’America ed essere riconosciuto dai propri ammiratori. O forse non avrebbe voluto così. Per la sua introspezione, per quell’animo sensibile e brillante che sicuramente lo contraddistingueva chissà se avesse preferito vivere nella tranquillità della sua arte, come una persona qualunque che sa godere della semplicità delle cose. A me piace immaginarlo proprio così. Affacciato alla finestra della sua casa natale di Anaheim, in California, che si lascia ispirare dal paesaggio attorno a sé, dai suoi stessi pensieri,oppure incantato davanti a una chitarra per ore, immerso nella sua atmosfera, e nel frattempo la musica dentro di lui viaggia così come viaggiavano quelle acque del Wolf River, affluente del Mississipi, che lo inghiottirono in quel 1997, descrivendo tutt’ora una morte ancora avvolta nel mistero, ancora apparentemente inspiegabile. Risulta assurdo pensare che quella morte così anonima l’abbia voluta veramente. Chiunque si è interrogato sulla tragedia che portò via per sempre il genio di Jeff Buckley, chiunque ha provato a cercare una spiegazione a riguardo, eppure trovare risposte a distanza di vent’anni è pressoché impossibile. A volte la gente se va nei modi più impensabili, senza lasciare tracce di sé, lasciando un vuoto nelle vite degli altri. Se a Jeff sia successo lo stesso lo si può solo immaginare, e ciò che percepiamo è questo: a un certo punto ha sentito semplicemente di dover andarsene, cullato dalle note di una canzone che amava molto, Whole lotta love dei Led Zeppelin, nonostante tutto quello che avrebbe potuto comporre, nonostante tutta la creatività che avrebbe potuto donare al mondo della musica.

Jeff BuckleyAncor prima di nascere Jeff Buckley era avvolto nella bellezza della musica grazie a suo padre Tim, col quale ebbe pochi rapporti durante la sua vita, perché l’artista abbandonò la madre Mary Guibert ancora incinta e incontrò il figlio solo poche volte, prima di morire a causa di un overdose. Eppure Jeff ereditò il genio di suo padre, e così la sua vitalità, quelle vibrazioni che otteneva dal rock, dal blues, dal soul che erano divenute la sua ragione di vita. E ancor prima di morire Jeff era avvolto dall’aurea artistica del padre, cui nonostante tutto volle bene e che apprezzò sempre. Ma non gli importava, perché lui con la musica avrebbe fatto lo stesso, ci avrebbe lavorato costantemente creando parole e note dal sapore autentico che sarebbero andate lontano. Citare la storica rivisitazione di Hallelujah, poi Grace, Last goodbye, I know it’s over, Calling you, Forget her – parole, alcune, che ci trasmettono presagio ed inquietudine del suo destino – è citare un modo di fare musica, di trasmettere potenza e bellezza.

«All flowers in time bend towards the sun» canta insieme a Elisabeth Fraser: tutti i fiori col tempo volgono verso il sole: anche Jeff ha fatto lo stesso, con tutte le ombre che però il sole ha celato. Ma, come lo definì poeticamente Bono Vox, leader degli U2, «una goccia pura in un oceano di rumore» è rimasto, sospeso a metà tra una realtà che solo lui poteva comprendere e una realtà invece più grande di lui, che lo accompagnò però verso quell’eternità artistica che abbiamo deciso di regalargli.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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