Giò Pomodoro, scultore di vuoti pieni di luce

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Giò Pomodoro, scultore di vuoti pieni di luce

Scultura in bronzo, anni sessanta. Foto di Paolo Monti, 1965
Scultura in bronzo. Foto di Paolo Monti, 1965

La vita di Giò Pomodoro è stata in bilico tra quello che lui diceva dell’arte, che è una missione, quello che diceva della morte, la sua, che doveva coglierlo là dentro la sua arte, e quello che la sua vita è effettivamente stata. Giorgio Pomodoro era il fratello di Arnaldo Pomodoro: doppie eliche intrecciate da una vocazione radicata. Giorgio era più piccolo di quattro anni, ma i due fratelli crebbero sugli stessi binari e insieme si fermano alle stesse stazioni.

Giorgio Pomodoro nasce ad Orciano di Pesaro il 17 novembre 1930. Per il fatto che l’arte impregna la vita e la vita plasma l’arte, alla città che gli ha dato i natali regalerà una tra le opere più belle, e certamente più emotivamente vibranti: Sole deposto si trova al centro della piazza dedicata all’artista, in marmo, un materiale stoico, che sta, sferzato dalle intemperie della vita. Dolci ma forti, ancorati, sono grattati alla base dei versi di Giacomo Leopardi, suo conterraneo: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle». Il sole, dall’apparenza evidente o metaforicamente celata, è pneuma di tutte le sue opere, da un certo momento in avanti.

Alla sua mano già irrorata di vocazione, viene impartita la lentezza sapiente di gesti sapienti, e meticolosamente preparati. Studia all’istituto per geometri di Pesaro, ed è educato alla cesellatura nella bottega di un antico orafo. Con il fratello Arnaldo si dilettano a incrociarsi le dita per modellare gioielli, nella frenesia partecipe del Gruppo 3P. Il lavoro dei due fratelli a un certo punto si scolla, e dirimpetto alle grandi oreficerie di Arnaldo iniziano a disegnarsi di Giorgio rilievi in bronzo dalle vaste superfici fluttuanti, come la Grande Folla del 1966.

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Sole deposto – piazza Giò Pomodoro, Orciano di Pesaro

I volumi di Giorgio si gonfiano e si fanno più imponenti, solidificandosi in blocchi di marmo o pietra squadrati, incasellati o agganciati su pilastri massicci, che fanno entrare spazi.

Nel 1955 Arnaldo e Giorgio si trasferiscono a Milano e iniziano a pasticciarsi con l’ambiente artistico di Brera. Giorgio viene chiamato per le prime esposizioni di un certo rilievo, alla Galleria Numero di Firenze, poi alla Galleria Il Naviglio di Milano. Con il fratello e un pugno di amici acciambellati negli stessi interessi (Tancredi Parmeggiani, Achille Perilli, Lucio Fontana…) fonda il gruppo Continuità, febbrile sperimentatore dell’astratto, strattonato tra materia e segno.

Dopo questi primi entusiasmi giovanili un po’ più scardinati, si incasella in ricerche definite, zoomando sulla “rappresentazione razionale dei segni“, sporcandosi di informale. Si ardimenta a piegare materiali eroici, come il ferro, lo stagno, il piombo, l’argento, il cemento e il bronzo. Approda al “ciclo della materia, del vuoto e della geometria” con Superfici in tensioni, Folle e Soli, Archi e Spirali, dove le tensioni si addensano in torsioni.

imagesGiò Pomodoro è invitato più volte a esporre alla Biennale di Venezia. Per la XXVIII edizione (del 1956) prepara gli Argenti fusi su osso di seppia dedicati a Ezra Pound. Poi partecipa alla XXXI (1962), a quella del 1978 e poi del 1984. È invitato anche a documenta 2 di Kassel, dove espone Fluidità contrapposta e alla Biennale dei giovani artisti di Parigi, a cui propone Superfici in tensione.

Nel 1978 si cimenta anche nella realizzazione di scenografie: per l’opera verdiana La forza del destino, rappresentata all’Arena di Verona, e nel 1980 per il Flauto magico di Mozart, messo in scena al Teatro La Fenice di Venezia.

Le opere di Giò Pomodoro sono collocate in collezioni di rilievo, pubbliche e private, in tutto il mondo: Collezione Nelson Rockefeller di New York, le Gallerie d’arte moderna di Roma e di Torino, il Museo d’arte moderna di Città del Messico, il Kunst und Museumverein di Wuppertal.

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Giò Pomodoro, Due (1975)

Si richiamano alle sue ricerche sulla fruizione sociale dell’opera d’arte le grandi realizzazioni monumentali: il Sole Aerospazio a Torino, la Scala solare – Omaggio a Keplero a Tel Aviv, Solstizio d’estate, la piazza dedicata a Goethe a Francoforte. E ancora il complesso monumentale a Monza, pensato come crocevia per far sfiorare cuori trepidanti, e continuamente desideranti. Sole – Luna – Albero sono tre sculture in pietra collegate da un percorso a fontana.

Ciascuna delle mie opere è legata alla precedente e alla successiva, anche se questo non sempre avviene in un percorso lineare.

Arte sovraimpressa sulla vita, per questo sempre ispirata, e sincera. Giorgio Pomodoro si spegne nel suo studio di via San Marco a Milano, il 21 dicembre 2002.

Francesca Leali per MIfacciodiCultura

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