Editoriale – La sentenza su Stefano Cucchi, dieci anni per una giustizia parziale

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Sussiste il reato di omicidio preterintenzionale quando avviene la morte di un soggetto come conseguenza della condotta di cui agli articoli 581 (percosse) o 582 (lesione personale) del Codice Penale; in sé, l’omicidio preterintenzionale è previsto dall’articolo 584, che prevede una pena da dieci a diciotto anni di reclusione: in sostanza, se si ritiene che da comportamenti ascrivibili alle percosse e/o alle lesioni personali sia derivata la morte di un individuo, senza però che vi fosse l’intenzionalità di causarne il decesso. Praeter, da cui deriva il suffisso italiano preter-, infatti, è in latino un avverbio, indeclinabile,  che significa oltre, inaspettatamente, al di là delle previsioni. Di un tanto sono stati riconosciuti colpevoli due carabinieri per l’omicidio di Stefano Cucchi, e condannati pertanto a dodici anni di reclusione con una sentenza di primo grado. Ad alcuni giorni di distanza dalla sentenza, proviamo a stilare un riassunto per punti dei fatti e delle polemiche che sono seguite al pronunciamento del tribunale.

Per arrivare a questa sentenza sono stati necessari dieci anni di indagini e processo, con accadimenti di ogni tipo a favorire o ostacolare la ricerca della verità. Si tratta, come detto, di un primo grado di giudizio: il che in Italia, come abbiamo imparato, ha un valore spesso poco più che simbolico, potendo passare (come certamente avverrà) attraverso appello e Cassazione. Di questa condanna può ancora accadere praticamente qualsiasi cosa, pertanto la più che comprensibile dal punto di vista emotivo dichiarazione della sorella di Stefano, Ilaria, che “giustizia è stata fatta” appare quantomeno prematura. Peraltro, in modo specularmente logico, gli avvocati di parte avversa hanno commentato la sentenza come “estremamente severa”, come mestiere impone.

A valle della sentenza sono seguite dichiarazioni di legittima soddisfazione, ma si sono anche scatenati gli haters da tastiera, che hanno accusato Ilaria Cucchi di aver sfruttato la morte del fratello per propria visibilità e tornaconto personale, preconizzando una carriera politica e/o televisiva di cui non vi è traccia al momento. Sono continuati anche i messaggi che dipingono Stefano Cucchi come uno spacciatore incallito, un mercante di morte: il web-non-hater si è indignato come si si trattasse di una novità, ma la verità è che si tratta di un copione già visto.

In questi dieci anni, si sono susseguite dichiarazioni da parte di numerosi politici quali Giovanardi, La Russa e ovviamente Salvini, a sostegno delle forze dell’ordine; in particolare Matteo Salvini si era distinto per una dichiarazione di schifo che la sorella di Stefano Cucchi gli avrebbe fatto provare. In molti si attendevano messaggi di scuse da parte di costoro, che puntualmente non sono arrivati.

Un ringraziamento a Stefano Tartarotti per l’uso dell’immagine

Al contrario, Salvini a commento della sentenza ha replicato con un nonsense che gli è tipico in prima battuta («dovrei chiedere scusa anche del buco nell’ozono?»), per poi chiosare affermando che il caso testimonia che la droga fa male sempre. Anche qui, indignazione e minaccia di querele, essendo apparso ciò come una versione riveduta del classico in fondo se l’è cercata, di solito riservato alle vittime di stupro. In realtà, la dichiarazione più grave, circa la quale Salvini sta dimostrando un’inconsueta coerenza, è di anni addietro: «Io sto sempre e comunque dalla parte di polizia e carabinieri» (La Zanzara, 2016). Che sarebbe anche condivisibile, se non fosse per quell’avverbio che ha un sapore sottilmente sinistro, e che interpretiamo come un messaggio nemmeno subliminale che vuol dire, interpretiamo, “qualsiasi cosa essi possano commettere”. Il che non è, ovviamente, una posizione accettabile per un individuo che voglia dirsi politico, e glissiamo sull’ex ruolo di Ministro dell’Interno.

Ovviamente, è pressoché impossibile raccogliere e commentare tutte le dichiarazioni ed espressioni a seguito della sentenza-Cucchi: dal Comandante che sottolinea che sono stati condannati due carabinieri e non l’Arma, al baciamano da parte di un militare a Ilaria Cucchi; mentre andrebbero commentati anche i commenti, da coloro i quali sottolineano che la preterintenzionalità sia quantomeno opinabile a quelli che evidenziano che comunque il fatto è accaduto mentre Stefano Cucchi si trovava in stato di custodia, e quindi esplicitamente affidato alle cure di coloro i quali lo avevano in carico in stato di fermo, cosa che, almeno nell’ottica comune, dovrebbe costituire un’aggravante. D’altra parte, nell’ottica della percezione comune, la preterintenzionalità stessa appare una versione, un adattamento della seminfermità mentale temporanea, ossia una constatazione lapalissiana di un’ovvietà che va ad esclusiva tutela del colpevole.

Non siamo sufficientemente addentro ai meandri della legge per dare un giudizio tecnico sulla sentenza. Siamo però titolati a sentirci mortificati e demoralizzati dalla belluinità dimostrata ancora una volta dalla massa di giustizialisti da tastiera, preoccupati dalla sete di sangue dimostrata da troppa gente, e dal desiderio di compiacere cotanta ferocia ancora una volta dimostrata dal populismo di una parte della scena politica. O da tutta, a ben guardare.

Pertanto, non riusciamo ad essere soddisfatti della sentenza sul caso Cucchi. In realtà, non riusciamo nemmeno ad essere ottimisti. Potrebbe essere un segnale positivo, ma anche una false flag, in attesa dei prossimi gradi di giudizio l’unica cosa certa è che l’umanesimo italico sta ulteriormente regredendo, e che allo stato attuale delle cose con esso stanno regredendo anche le istituzioni e le tutele connesse.

Vieri Peroncini per MIfaccidiCultura

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