L’esistenza ossimorica di Giorgio Manganelli

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L’esistenza ossimorica di Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli vestito da bambina

UN UOMO ORDINARIO. Giorgio Manganelli nacque il 15 novembre 1922 ed era un uomo comune. Crebbe a Milano con i genitori ed aveva un fratello di nome Renzo. Frequentò il liceo classico Beccaria e, dopo la guerra, l’Università di Pavia, dove si laureò in Scienze Politiche con il massimo dei voti. Nel 1946 sposò Fausta Preschern, da cui ebbe la figlia Lietta (con lui nella foto di copertina) l’anno successivo. Il matrimonio non durò molto e subì il colpo definitivo quando Manganelli iniziò una relazione con la poetessa Alda Merini. In seguito, abbandonò la famiglia e Milano e si trasferì a Roma, dove la propensione per la lingua inglese lo portò a insegnare alle scuole medie. In parallelo, prese parte a programmi radiofonici RAI e collaborò con Umberto Eco, Italo Calvino e Vittorio Sermonti per la stesura di alcuni saggi, ad esempio Le interviste impossibili. Fu consulente di case editrici (Mondadori, Einaudi, Adelphi), traduttore, giornalista per numerosi quotidiani (Il Messaggero, Il Giorno, Il Corriere della Sera, Il Mondo), compiendo anche lunghi viaggi come corrispondente. Fu un autore decisamente prolifico e si dedicò soprattutto alla saggistica critica, alla narrativa e alla riscrittura di classici. Si spense a Roma il 28 maggio 1990.

UN UOMO STRAORDINARIO. Ma Manganelli era molto più di questo. Innanzitutto, era un uomo forte. Non nel senso classico del termine, ma un uomo che non ha paura di dare sempre, pur avendo paura di tutto il resto. È questa sua caratteristica che lo portò a partecipare alla Resistenza, reggendo il fucile come se fosse un corpo alieno e rischiando addirittura la fucilazione.

Era un uomo riservato, schivo, timido, ma molto cordiale e aperto per le persone a cui voleva bene, come la scrittrice Patrizia Carrano, che ne curò la biografia Un ossimoro in Lambretta. Gli amici lo definivano persino amabile e spiritoso, qualità che professava nella vita privata come nel lavoro.

A Manganelli piaceva tutto ciò che non era “mainstream”. Ad esempio, amava la letteratura italiana del Seicento, notoriamente schifata dai più, e premette per ripubblicare opere del periodo barocco. E proprio ad essa egli si ispirò per coltivare uno stile giornalistico tutt’altro che ordinario, anzi complesso, sferzante e impressionistico, tant’è che Gadda gli rimproverò sempre di avergli rubato lo stile. Permaloso, a dir poco. In realtà, lo stile di Manganelli è solo superficialmente simile a quello di Gadda: non è manieristico e allucinante (Gadda provoca il voltastomaco a chi non è abituato ai suoi racconti e anche a chi lo è), ma è come erano le sue mani. Affusolato, elegante, in contrasto con la gonfiezza del suo corpo.

Giorgio e Alda

Altra sua passione poco usuale erano i viaggi. Il primo lo fece in Inghilterra, grazie a una borsa di studio. A questo ne seguirono innumerevoli, soprattutto nell’Est del mondo, dall’Iraq alla Cina. Come per tutti gli esseri umani, i viaggi arricchirono la sua esperienza di vita, nel bene ma anche nel male: l’India lo colpì in modo assoluto e indelebile, sfatando i suoi – e i nostri – miti sull’Occidente e portando alla luce la cruda assenza di carità di quella fetta di mondo.

Ma la sua passione più grande in assoluto era la letteratura. Dire che cosa fosse per Manganelli la letteratura è pressoché impossibile, dato che nemmeno lui riuscì a darvi una definizione. Riuscì, però, a darle un senso pratico:

La letteratura dà disperazione ai disperati, urli agli assordati, abbaglieranno gli abbagliati e ai famelici, fame.

Scrivere dava modo a Manganelli di inquadrare fugacemente l’esistenza, quell’anacoluto, quella cosa irraccontabile, quella palude in cui affondò nel maggio del 1990.

MANGANELLI E L’AMORE. Ho tentato di ignorare nelle mie due biografie parallele di Manganelli l’aspetto più intrigante e profondo della sua vita: l’amore. Inutile dire che ci sono a malapena riuscita, perché Manganelli fu un uomo sentimentale, colmo di passione nel suo intimo. Ma come si declinò questo sentimento nelle relazioni della sua vita?

Comincio col dire che ebbe un rapporto complicato con la madre Amelia. Lei voleva una bambina, ma si ritrovò con uno strano tizio, che fu costretto a vestirsi da bambina fino a quando ciò non iniziò a risultare strano. Era di orgine ebrea, ma cattolica osservante. Riporto una frase di Manganelli: «Lo sai che differenza c’è tra una madre ebrea e un condor? Tutti e due ti mangiano il cuore, ma il condor aspetta almeno che tu sia morto.» Possessiva, severa, Amelia non fu esattamente un modello positivo per lo scrittore.

Giorgio Manganelli nella sua casa. Roma, 1973

Il suo primo amore lo incontrò dopo la Resistenza. Si trattava di Fausta Prescher (che cambiò nome in Chiaruttini), una bellissima ragazza che di giorno lavorava al mercato nero e la notte ballava. Inutile dire che lei rimase affascinata dalle pistole del partigiano e lui dal mistero della fanciulla. Si sposarono poco dopo, ma si distrussero a vicenda: come poteva funzionare tra un comunista impacciato e una fascistissima inflessibile? Le cose peggiorarono con la nascita della figlia Lietta, che lui non voleva, ma che la moglie bramava a ogni costo, pur ripugnando il marito fisicamente («Io con questo non ci sto, è pure brutto. Però voglio un figlio»).

La più piccola, grande storia della sua vita fu quella con Alda Merini. Si conobbero quando lei aveva 15 anni e lui 27, già sposato e con prole. Questo non impedì ai due di scambiarsi idee e parole, di influenzarsi a vicenda dal punto di vista umano e letterario, di innamorarsi. La relazione durò poco, perché subito dopo Alda fu ricoverata in una clinica per problemi mentali e Manganelli si trasferì a Roma per iniziare una nuova vita. Eppure, proprio quelli che Kafka chiama “gli spettri attorno a noi” si resero visibili a Manganelli solo grazie a (o per colpa di) questo amore. Alda permise a Manganelli di ricambiare lo sguardo con l’abisso e, per forza di cose, di soffrire nella mente e nell’anima, restando sempre fino al giorno fatale un disperato acrobata dell’esistenza.

Giulia Fusè per MIfacciodiCultura

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