Lezioni d’Arte – Quando l’arte si fa denuncia: il caso di Otto Dix

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Il primo conflitto mondiale spazza via ben presto tutte le illusioni e gli ideali che avevano spinto molti nazionalisti ad arruolarsi volontariamente nell’esercito, convinti che una guerra avrebbe rivitalizzato le sorti della Nazione. Tra questi ci sono anche molti artisti che combattono in prima linea inizialmente con entusiasmo e che tornano poi profondamente cambiati, nel corpo e nell’anima, dall’esperienza della guerra. È il caso di Otto Dix  (Gera, 2 dicembre 1891 – Singen, 25 luglio 1969), pittore tedesco, che si arruola come volontario per vedere tutto con i propri occhi, come se la guerra fosse un’esperienza da dover assolutamente vivere. L’inferno, l’orrore, la morte, la bestialità: il conflitto si mostra con il suo vero volto. Tornati dalla guerra gli artisti utilizzano la loro unica arma a disposizione, l’arte, per denunciare quanto accaduto.

«Affidati ai tuoi occhi» questa è la dottrina di Otto Dix.

1933-i-sette-peccati-capitali-particolare-otto-dix-1Dopo aver voluto fortemente l’esperienza del conflitto Dix in trincea riporta sui suoi disegni quanto accade. È dunque sicuramente l’artista che più di tutti rappresenta in profondità una “Nuova Oggettività“. Negli anni del dopoguerra produce opere importanti che denunciano non solo gli orrori della guerra, ma soprattutto la cattiveria umana e la terribile situazione dei più fragili, i reduci.

I sette peccati capitali risale al 1933, anno in cui Adolf Hitler diventa cancelliere. I nazisti prendono potere ed emarginano Otto Dix, considerandolo propulsore di un’arte degenerata. Viene costretto a lasciare l’insegnamento nell’accademia e a dedicarsi ad opere paesaggistiche. I sette peccati è la sua ultima denuncia sociale. Il quadro è allegoria della nazione tedesca degenerata, barbara e violenta, dove la classe dirigente ha una sfrenata sete di potere e di manipolazione oltre ogni limite umano.

In un’ambientazione cupa e indefinita appaiono personaggi mostruosi e terrificanti. In basso sembra reggere tutto sulle sue spalle un’anziana strega, è totalmente piegata in avanti e guarda dritto davanti a sé con gli occhi sbarrati e le banconote che afferra sono la sua ossessione, rappresenta l’avidità. Cavalca la schiena di Avarizia un nano con gli occhi che guardano ovunque, è la figura dell’Invidia. I suoi baffi sono inequivocabili, si riferiscono al volto di Hitler. In realtà osservandolo bene si percepisce che è una maschera e rappresenta l’uomo invidioso che desidera indossare i panni degli altri e si identifica con un uomo potente. Dix dipinse quei baffetti soltanto dopo il 1945, alla fine della guerra, una volta sicuro di non poter essere condannato a morte. Alle spalle un mostro infernale, ha sembianze animalesche e stringe un coltello mostrandosi pronto ad inveire: è l’Ira che accentua gli istinti più selvaggi.

Il pittore rappresenta l’Accidia come un uomo trasformato ormai in uno scheletro, non ha più occhi né cuore, ed è in cerca di vittime con la sua falce.  La Lussuria è una donna invasata che cerca attenzioni, si rende ridicola e volgare invocando gli uomini, che trasformerà in animali in calore, con la lingua, le gambe aperte e toccandosi esplicitamente il seno. Un volto enorme appare, violaceo, sembra stia sul punto di scoppiare, ha una mano nell’orecchio che gli impedisce di ascoltare, una bocca arida che emette solo escrementi e gli occhi chiusi. Il naso ha la punta scottata, forse perché si è avvicinato troppo ad una fiamma: è la Superbia, che rende l’uomo pieno di sé e incapace di ascoltare e dialogare con gli altri. Infine la Gola, simboleggiata da un uomo tanto ingordo da essersi incastrato in una pentola, che stringe dei dolciumi e ha la bava alla bocca. Non si accorge di essersi trasformato nel tegame stesso, che ha preso vita e adesso ha naso ed occhi.

Otto Dix anticipa tutti gli orrori che di lì a poco si sarebbero verificati, quelle azioni malvagie dell’uomo dettate dall’avidità e dalla cattiveria, raccontando in modo allegorico e simbolico la società tedesca durante gli anni della guerra in maniera diretta, nuda e cruda. Una denuncia senza peli sulla lingua che al pittore è costata l’emarginazione e il ritiro dalle scene.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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