Roadside lights: il giapponese Eiji Ohashi fotografa i distributori giapponesi

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Si tratta di luoghi magici, in cui appena cala la notte una lucina si accende e il bagliore caldo si fa spazio nell’oscurità nuvolosa. Sono i distributori automatici, quelli che in Giappone al loro interno hanno sigarette e migliaia di bibite differenti, che spaziano dal sapore di mirtillo al caffè ghiacciato tipico dei romanzi di Haruki Murakami.

«Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa» (Haruki Murakami)

A catturare la solitudine e l’alienazione, ma al contempo ad intrappolare la magia delle luci e i riflessi birichini che si passano il testimone circadiano tra il giorno e la notte, è stato il giapponese Eiji Ohashi, che di professione fa il fotografo e vive in una piccola cittadina nell’Hokkaido. Lì, lontano da Tokyo e dalla frenesia del mondo cittadino, i 5 milioni di distributori automatici aiutarono Ohashi ad orientarsi quando finì intrappolato in una tempesta di neve. Come unici riferimenti, racconta sul sito, spuntarono nella notte e si risvegliano con il mattino brinoso dei distributori automatici, che assunsero una valenza salvifica e quasi romantica, paragonabile a una lucciola visibile solo a chi sa osservarla e scoprirla. Proprio come accade al protagonista di L’assassinio del commendatore, che all’inizio del libro fugge via diretto non si sa dove, anche a Ohashi capitò di perdersi e riorientarsi grazie agli stimoli del mondo esterno, con la solitudine che finisce per proiettarsi nell’esistere abbandonato di alcune presenze colorate e luccicanti, testimoni di realtà inviolate e addormentate nella natura.

“Roadside lights”, by Eiji Ohashi

Appena si avvicina il crepuscolo, i distributori stradali si illuminano nelle città e nelle periferie. Queste scene di distributori automatici, normalmente in piedi sul bordo della strada, sono particolari in Giappone. Le macchine distributrici in centro o nel deserto, poste in piedi in solitaria, sono un’immagine di solitudine. Lavorano instancabilmente, sia che si tratti di giorno o di notte. Ma una volta che le loro vendite diminuiscono, vengono portate via. Se non si accendono e brillano, smetteranno di esistere. Potrebbe esserci qualcosa di umano in loro.
-Eiji Ohashi

“Roadside lights”, by Eiji Ohashi

“Potrebbe esserci qualcosa di umano”, e non è difficile comprendere le parole di Ohashi per chi, da vicino o con l’immaginazione, ha spiato le vie del Sol Levante, quelle addormentate o con giusto una manciata persone sparse per le stradine, come delle presenze ancestrali di gomma fusa. Accade a Kamakura e in quei paesi ove è più facile ascoltare l’ambiente circostante, e rispettarne il silenzio e le presenze che, nascoste dentro l’anima di qualche statua di pietra, sussurrano ai passanti l’eco di meravigliosi presagi del passato, destinati a ripetersi per sempre. E così, anche una semplice luce nella notte appare come un segno, l’indizio che nella strada bianca di luna si palesa come un’epifania d’ispirazioni ballerine, che sono come strascichi di presenze pensanti sul silenzio della città tappezzata da ombrelli trasparenti abbandonati fuori dai supermercati.

“Roadside lights”, by Eiji Ohashi
“Roadside lights”, by Eiji Ohashi
“Roadside lights” by Eiji Ohashi

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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