Emily Brontë: tra le inquietudini e le passioni dell’animo umano

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Nel XIX secolo una delle voci più potenti e originali, anche se riconosciuta tardi, fu quella di Emily Brontë (Thornton 30 luglio 1818 – Haworth 19 dicembre 1848), scrittrice e poetessa inglese. Visse solo 30 anni, ma riuscì a trasmettere con le parole quanto più di tormentato, intenso e significativo avrebbe potuto sperimentare in una vita durata molti decenni.

Emily Brontë: tra le inquietudini e le passioni dell'animo umano
Le sorelle Brontë

Emily nasce in un paesino dello Yorkshire, quinta di altri sei figli. La precedono Maria, Elizabeth, Charlotte e Branwell, e dopo di lei Anne. Il padre, Patrick Brontë, è un reverendo irlandese, mentre la madre, Maria, è originaria del Galles.

Nel 1820 la famiglia si trasferisce a Haworth per impegni dovuti agli incarichi del reverendo, e da qui Emily non si allontanerà mai, considerandola non solo la propria casa ma l’unico luogo dove scandagliare davvero il suo Io e i significati di alcuni eventi centrali della sua vita. Il primo di questi è la scomparsa improvvisa della madre, nel 1821.

Successivamente, il padre manda le quattro figlie, Emily, Charlotte, Elizabeth e Maria, in un collegio a Cowan Bridge, nel Westmorland. L’esperienza si rivela però debilitante, se non letale, per le sorelle. Infatti, a causa del clima troppo rigido, le regole severe e la scarsità di cibo, nel 1825 Maria ed Elizabeth muoiono per tubercolosi e, sebbene non abbiano raggiunto la stessa gravità, anche la salute di Emily e Charlotte risentirà di questa vicenda.

Lo stesso fanatismo religioso del padre contribuisce a formare parte delle inquietudini spirituali e fisiche di Emily e delle figlie: Patrick considera l’abbigliamento e il cibo come beni superflui e il clima in famiglia non è dei più rassicuranti.

Tuttavia il reverendo si rivela anche uno dei promotori della passione che muoverà maggiormente le sorelle Brontë. Nel 1826, infatti, regala una scatola di soldatini ai figli, spingendoli a creare storie. Complice anche i racconti di Tabhita, la governante della casa, Emily inizia a immaginare mondi surreali, popolati da spiriti e da avventure imprevedibili. Nascono quindi due importanti cicli narrativi: Angria, di Charlotte e Branwell, e Gondal, di Emily e Anne, rispettivamente in prosa e in poesia.

Emily Brontë: tra le inquietudini e le passioni dell'animo umano
Emily Brontë

La raccolta di Emily preannuncia il grande interesse per la descrizione di paesaggi e scenari che spaziano dalle forme più realistiche a quelle prodotte da una fervida immaginazione, derivanti per la maggior parte da un’atmosfera onirica. L’autrice comincia a considerare la scrittura come spazio dedicato a se stessa, e, in particolare, la poesia come occasione per riporre nelle parole i suoi aspetti più veritieri.

Nel 1845 Charlotte trova infatti due quaderni di componimenti di Emily. Nonostante alcune incertezze, le due sorelle pubblicano quindi una raccolta di loro versi, Poems, adottando però degli pseudonimi. Alla fine, le sorelle Brontë a pubblicare sotto falso nome diverranno tre: Charlotte Brontë è Currer Bell, Emily è Ellis Bell e infine Anne sceglie lo pseudonimo Acton Bell. Il romanzo più famoso della prima sorella è sicuramente Jane Eyre, mentre Anne è conosciuta principalmente per La signora di Wildfell Hall. Le tre decisero, quindi, di adottare un nome maschile per paura del pregiudizio che le avrebbe potute colpire nella bigotta società ottocentesca: tre sorelle dedicate all’arte della letteratura erano più una vergogna che un vanto per la loro famiglia e per la società tutta. Questo contribuì a non riconoscere per lungo tempo la bravura delle tre ragazze, soprattutto di Emily e Charlotte, oggi considerate fondamentali per la letteratura inglese.

Nel 1838 Emily comincia a insegnare nella scuola di Law Hill. L’esperienza si rivela presto deludente, determinata soprattutto dalle sue scarse capacità di  relazionarsi sia con gli alunni che con i colleghi, complice il suo carattere difficile.

La sorella Charlotte infatti la descriveva così:

Nella squallida solitudine trovava le più rare delizie; e certamente non ultima, anzi la più amata, la libertà. La libertà era l’aria che Emily respirava. […]. Mia sorella non ebbe per natura un’indole socievole, le circostanze favorirono ed alimentarono un’inclinazione alla solitudine […].

Allo stesso modo una poesia dell’autrice fornisce una riflessione analoga:

Era già duro che la natura umana / sapessi vuota, serva e menzognera; / ma più duro fidare del mio spirito / e trovarvi la stessa corruzione.

Kaya Scodelario nei panni di Catherine Earnshaw in Cime Tempestose di Andrea Arnold (2011)

Nel 1847 Emily pubblica Cime Tempestose, uno dei classici fondanti della letteratura inglese, narrante la storia di Heathcliff e Catherine, tra i quali si intreccia una passione tormentata. In esso Emily Brontë ritrae, con significati simbolici, le più varie sfumature caratterizzanti le personalità dell’uomo. L’ambientazione è quella della brughiera, che, animata dai continui mutamenti atmosferici, trasmette un senso di mistero e inquietudine, che ricorda i precedenti romanzi gotici. Alla pubblicazione seguì una serie di critiche feroci, che ritenevano che l’opera si scontrasse con il clima “perbenista” dell’Inghilterra di allora, intenzionata a eliminare ogni genere di immoralità.

Solo qualche decennio dopo, scrittori come Virginia Woolf e altri critici, realizzarono la potenza narrativa del romanzo.

L’impulso che la spingeva a creare non erano le sue proprie sofferenze e offese. Rivolgeva lo sguardo a un mondo spaccato in due da un gigantesco disordine e sentiva in sé la facoltà di riunirlo in un libro.

Dopo la morte del fratello Branwell, nel 1848, Emily è colpita da un profondo turbamento emotivo che la porterà a rifiutare ogni cura contro la tisi. Si spegne quindi il 19 dicembre di quello stesso anno, nella casa paterna di Haworth.

Ciò che rende Emily Brontë una delle autrici più memorabili degli ultimi secoli è la sua capacità di saper ritrarre con estrema efficacia la grande varietà delle passioni umane, dominate da un’estrema irrazionalità che solo le parole, caratterizzate da una forte soggettività, possono comunicare, in modo tanto veritiero allora quanto oggi.

Maddalena Baschirotto per MIfacciodiCultura

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