Il richiamo necessario della solitudine: da Kerouac a Ishiguro

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Neal Cassady alias Dean Moriarty in “On the road” (Jack Kerouac, 1957)

Jack Kerouac ritrovò se stesso e in se stesso finì per perdersi, corroso dall’alcool e dai troppi sogni ancora da realizzare. L’inizio della roboante fine accadde quando iniziò a ricercare se stesso nell’ombra di una figura che cambiò radicalmente la sua vita e le sue visioni: Neal Cassady, il quale raccolse l’invito a spartire un’anima e le sue contraddizioni e cominciò a trascinarsi dietro un altro folle, all’insegna della scoperta d’America e dei “colori dei segreti di Spagna” albeggiati dietro un bicchiere di mezcal. Lontano dalle convenzioni sociali e dagli standard di status tipicamente intesi, anche Kazuo Ishiguro, Nobel per la letteratura nel 2017, sessant’anni dopo l’uscita di On the road, propone un’altra visione estremamente solitaria.

Cosa sarebbe il mondo se tutto, proprio tutto, persino gli umani stessi, fossero privati del loro istinto vitale al fine di soddisfare ciò che un progetto esterno ha voluto?

Neal Cassady e Jack Kerouac

Cosa accadrebbe se l’amore, l’amicizia, il piacere per una giornata di pioggia e l’apprezzamento per un’alba in procinto di sperperare l’effluvio purpureo di colori nebulosi facessero parte di uno script che però non si può intendere e interpretare del tutto a proprio piacimento? Ebbene, Kerouac fuggì dai modelli classici più che potè, e seppure anelasse alla cultura e alla bellezza (pianificò con Neal Cassady di viaggiare in Francia e in Italia, come racconta il suo alter-ego Sal Paradise in On the road) non riuscì mai ad avvicinarsi troppo a questi splendori immortali fintanto che c’erano troppe altre persone ad osservarli. Ubriacarsi e condividerli non era la stessa cosa che percepirli e raccontarli con le sue parole, quelle magiche che andavano a sbiadire in parole grigio-bianche e frantumarsi davanti alle risatine del pubblico e al rumore delle cineprese che cercano d’intrappolare un’identità costruita a tavolino spiaccicata in un salotto televisivo (vedi intervista con Fernanda Pivano).

 Waldeinsamkeit (tedesco): la sensazione di sentirsi come quando si è soli in un bosco

Andrew Garfield e Carey Mulligan in “Non lasciarmi” diretto da Mark Romanek

La Pivano comprese abilmente questa ricercata atarassia (distacco dal mondo teorizzato da Schopenhauer, che Kerouac ricercò, come narra ne I vagabondi del Dharma, nel vino, nelle foreste e nelle stelle limpide come le vergini in estasi lontano dai baccagli, in un continuo fuggire dal baccano di pensieri e idee standardizzate, di famiglie tutte uguali, lavori non pagati e finte contentezze ipocritamente accettate dagli intelligenti e completamente ignorate dalla massa di stolti). Allo stesso modo, l’ascoltatrice in Non lasciarmi (meravigliosamente trasposto visivamente da Mark Romanek) è Kathy H., che da sempre innamorata di Tommy e amica di Ruth, accetta suo malgrado di chiudere gli occhi e percepire ciò che una spiaggia, un libro, un ricordo o il tocco di Tommy possono sussurrare, senza emettere alcun giudizio.

Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield in “Non lasciarmi”

Il silenzio e la solitudine sono- troppo- sovente associati a una condizione negativa, di assenza di qualcosa. Come se la normalità fosse il baccano, il frastuono, come se ritrovarsi a conversare con qualcuno- chiunque- fosse meglio dell’essere in una stanza, soli con la propria persona. Ma è innegabile che la solitudine abbia un suo fascino, come si evince senza bisogno di parole dai quadri di Edward Hopper il ritrattista del silenzio, e al contempo è una necessità. Per comprendere che, troppo spesso, è più semplice affidarsi a qualche mondo sussurrante qualunque pensiero che essere artefici di pensieri e idee propri, quelli che, citando “l’attimo fuggente, «possono cambiare il mondo».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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