90 anni di arte e innovazione culturale al MoMA di New York

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90 anni di arte e innovazione culturale al MoMA di New York

MoMAInaugurava il 7 novembre 1929 il Museum of Modern Art (MoMA) di New York, considerato il più importante museo moderno del mondo. Fondato dalle darling ladies – così soprannominate – dell’arte Abby Aldrich Rockefeller (moglie di John Davison Rockefeller), Lillie P. Bliss e Mary Quinn Sullivan, fu uno dei primi musei statunitensi a occuparsi di arte d’avanguardia: celebri le prime retrospettive dedicate a Van Gogh (1935) e a Picasso (1939-40).

Da Umberto Boccioni a Jackson Pollok, da Claude Monet a Henri de Toulouse-Lautrec, il MoMA espone un patrimonio di opere da far invidia al mondo intero. I suoi archivi conservano più di 30.000 libri e periodici, oltre alle schede personali di più di 70.000 artisti. Di grande valore la collezione fotografica – dapprima curata da Edward Steichen, uno dei principali esponenti della fotografia pittorialista – e la raccolta di film e video che comprende opere come Empire (1969) di Andy Warhol, celebre lungometraggio rallentato di otto ore e cinque minuti che riprende l’Empire State Building di New York.

Van Gogh, Notte stellata, 1889

Ma cerchiamo di ripercorrere gli orizzonti storici e geografici di un museo tanto importante. Come è possibile che il più importante museo di arte moderna si trovi negli Stati Uniti? Se la cultura è nata in Europa, perché i più vasti complessi museali si trovano oltreoceano? Prendiamo ad esempio la Smithsonian Institution, la massa di diciannove musei che convergono sul Washington Memorial: pensato da James Smithson nei primi decenni dell’Ottocento e nato nel 1846 come strumento di tutte le politiche scientifiche, fu anche la pietra miliare su cui sarebbe venuta a costruirsi la tutele di siti e monumenti. L’identità americana, a livello culturale, è un’identità progettuale volta a conservare e valorizzare le testimonianze e l’eredità del passato al fine di renderle strumento per il futuro. L’eredità del passato non possiede un valore convenzionale: essa è avvertita come elemento di utilità collettiva, ed è da questo sentimento che nasce la politica culturale degli Stati Uniti. Monumenti e musei hanno valore nella misura in cui la comunità è disposta ad attribuigliene uno: da qui la consapevolezza delle possibilità di riscoprire l’utilità sociale di un bene culturale.

Un modello ammirevole, fondato su un utilitarismo positivista nato dapprima in Europa, quando, nell’agosto del 1972, in pieno clima rivoluzionario, l’Assemblea Nazionale francese decretò che il Louvre sarebbe stato deputato alle opere d’arte della Corona, diventati beni nazionali. Tutela e conservazione, fondamenti alla base delle politiche culturali passati da Francia e Stati Uniti, sono però nati nell’Italia del Quattrocento, fra Firenze e Roma. «Un’italia emulata e poi spogliata» teorizza Simone Verde, storico del’arte che si occupa a livello istituzionale di politiche per i Beni Culturali.

Umberto Boccioni, La città che sale, 1910

È così che, in un’Europa messa in ginocchio dai conflitti mondiali della prima metà del Novecento, una certa potenza americana affamata di cultura accolse il partrimonio artistico europeo. Il MoMA fu al centro di tale processo, acquisendo l’eredità dei grandi maestri come Van Gogh e Picasso. Il futurismo, avanguardia vittima del revisionismo post-regime, vide grandi capolavori come La città che sale di Umberto Boccioni andare oltreoceano.

Il MoMA è un museo da sempre attivo all’aperto confronto culturale, oltre che essere un grande motore di dialogo fra arte americana ed europea. Non ci stupiamo se, in piena continuità con l’idea di una cultura diffusa e condivisa, il Museum of Modern Art di New York ha messo a disposizione in Rete il suo vastissimo archivio, rendendo un enorme servizio all’arte e alla sua divulgazione.

Alice Pini per MIfacciodiCultura

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