Il rogo della Pecora elettrica, un altro passo verso il nazismo conclamato

0 571

C’è un filo che passa attraverso il tempo, e cuce una sutura rossa, che sa di polvere da sparo e benzina, spine e fuoco e sangue, e sfregia il mondo nei secoli dei secoli, amen. È un filo che unisce Cina e Iraq, Italia e Germania e tanti, troppi altri Paesi: lo stesso filo, ha causato la morte di 881 giornalisti in dieci anni, il rogo di oltre 300.000 libri in Turchia negli ultimi tre. E i due incendi che quest’anno hanno colpito la libreria antifascista La pecora elettrica. Che doveva riaprire i battenti domani, dopo l’incendio doloso che l’aveva messa in ginocchio il 25 aprile scorso  – guarda caso – e che si era rimessa in condizione di operare anche grazie ad un lavoro di crowdfunding. Il quartiere la rivoleva, questa pecora elettrica, questa libreria-caffetteria centro di aggregazione, cultura e pensiero. Qualcun altro, evidentemente, no: il fatto che questa volontà prevalga dimostra, tra le altre cose, che fondamentalmente la Stato non ha il controllo del territorio e/o interesse a proteggere determinate realtà.

Per gentile concessione del disegnatore Stefano Tartarotti

D’altronde, il clima d’odio di matrice nazifascista che si è instaurato con tutto agio non avrebbe nemmeno bisogno di prendersela con una libreria dichiaratamente antifascista. Si fa risalire al 10 maggio 1933 l’inizio delle Bücherverbrennungen in cui venivano distrutti i libri avversi all’ideologia nazista; ma in questo caso letteratura e realtà si fondono, a partire da 1984, a mostrarci che nelle escalation totalitariste si punta ad arrivare non solo all’eliminazione del pensiero dissidente, ma di ogni forma di pensiero. Per comodità, se non altro. È evidente che i libri siano odiati da una parte tanto quanto sono amati da quella avversa, trattandosi in fondo dei due poli opposti, seppure in un’ottica effettivamente manichea, tra luce e buio, tra bene e male. Ed è altrettanto evidente che in questo clima di ritorno del pensiero fascista, dove si sbeffeggiano quotidianamente i professoroni, è ormai consolidata l’opinione che non solo la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza, ma che della tua conoscenza dovresti vergognarti, quasi fosse una forma di perversione al cospetto della limpida genuinità della più crassa e becera ignoranza.

Le circostanze per il ripetersi di episodi di biblioclastia o bibliolitia che dir si voglia sono ideali, come pure per l’applicazione delle modalità fasciste e di quelle mafiose, posto che tra le due è pressoché impossibile scorgere differenze, il tutto riscontrabile nella persecuzione di cui è fatta oggetto La pecora elettrica: soprattutto , in entrambi i casi gli scopi sono lo spegnimento del pensiero e l’accensione, è il caso di dirlo, della paura. Né fascismo né mafia possono ovviamente tollerare, pena la loro stessa sopravvivenza, l’esistenza e la diffusione della cultura, del pensiero libero e con ciò della solidarietà e della reciprocità. Tutte cose che si trovano nei libri, guarda caso; chi non legge è costretto, tra le altre cose, a credere in ciò che gli viene detto, il che è precisamente l’obiettivo delle macchine da propaganda che vediamo ormai quotidianamente in azione.

I libri, ovviamente, non sono che l’inizio: George Orwell, Aldous Huxley ed epigoni mostrano che così come ogni forma di pensiero dissidente può venire perseguita, così ogni libera espressione artistica può trovare censura: in chiave entropica, nulla da eccepire; in chiave umanistica, ci sono tutte le premesse per l’ennesima catastrofe biblica intellettuale e morale. È di questi giorni anche un coro di obiezioni perché si trova in edicola il libro di Carola Rackete, è cronaca l’attacco a Report che ne chiede la chiusura, la quotidianità trasuda razzismo, ignoranza, crudeltà, disumanità: come stupirsi se vien data alle fiamme La pecora elettrica, con questo nome poi che rievoca Philip K. Dick ed antitotalitarismo da tutti i pori? Ma basterà indignarsi e condannare, esprimere solidarietà e chiosare?

Ci piacerebbe poterlo pensare, ma non è così. Roberto Vecchioni, in una canzone splendida intitolata Il libraio di Selinunte, parla di un rogo di libri, quello che appunto capita al libraio:

«Così, la notte quando gli incendiarono la casa,
e la gente rideva e diceva che era finalmente ora,
capii che c’è davvero una diversità infinita
tra imparare a vivere e imparare la vita»

Perché, nonostante i motivi di ottimismo, come il crowdfunding di cui era stata fatta oggetto La pecora elettrica, bisogna tener conto dei “volonterosi carnefici di Hitler”, che sono  numerosi, instancabili ed ingegnosi come solo degli idioti possono essere. Infatti, anche il sistema sociale maggiormente perfetto non è a prova di idiota, ed il nostro sistema sociale è tutt’altro che prossimo alla perfezione: anzi, ovunque volgiamo lo sguardo vediamo che in mezzo a noi erano celati i peggiori razzisti, codardi spaventati da tutto quello che non comprendono e quindi quasi da ogni cosa, e certamente da ogni manifestazione etichettabile come diversità, revisionisti di ogni progresso. E costoro hanno un peso economico, ed hanno anche preso piede in molte posizioni di potere, ben decisi a non cederle. e non possiamo seriamente riporre speranze nel fatto che una genìa di tal fatta possa mai imparare la vita.

Roghi di libri, ad opera di volonterosi nazisti

Alcuni si disperano, certo; ma molti ridono, mentre incendiano la casa del libraio di Selinunte, e ridono sulle ceneri de La pecora elettrica. E molti chiedono la riapertura dei forni, già che ci siamo. Nulla di nuovo: «chi brucia i libri, prima o poi finisce per bruciare anche le persone».

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.