Gideon Rubin: l’artigiano israeliano dei ricordi senza volto

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Gideon Rubin

L’artista contemporaneo israeliano Gideon Rubin ha sempre dipinto ritratti e, attratto com’era dal realismo, ritraeva il naso, gli occhi, ogni piccola piega del volto umano. Il cambiamento, in lui, avvenne all’indomani dell’11 Settembre: egli si trovava a New York quella tragica giornata e al ritorno a Londra iniziò a dipingere giocattoli abbandonati che aveva trovato, ma non si trattava di semplici riproduzioni di giocattoli. No, questi erano ritratti di vecchie bambole e soldatini, logori, con solo alcune misere tracce delle loro caratteristiche facciali.
A poco a poco Gideon Rubin ricominciò così a dipingere le persone, ma la sua pittura divenne molto più libera e semplificata: un occhio divenne solo un’ombra, poi scomparve del tutto. Nonostante ciò, le figure nelle sue opere sono state modificate in modo da renderle realistiche: le persone giacciono a letto, si bagnano nell’acqua, si spogliano o siedono in contemplazione; tuttavia, in particolare, nessuna delle figure ha un volto definito. La natura fantasma di questi dipinti integra altre opere tra cui barche a remi e paesaggi vuoti, presentando al pubblico una situazione di totale anonimato.

Ciò suscita un desiderio di capire: chi sono queste persone? Cosa hanno passato e come si sentono? Queste figure evocano ricordi piuttosto che ritrarre identità specifiche. L’obiettivo è che lo spettatore li guardi e si concentri sul processo di pittura e sul mezzo stesso, e si concentri su alcuni dettagli, come la postura di una figura, un mobile sullo sfondo dei dipinti o un dettaglio come un singolo fiore. È un modo più astratto di guardare una scena, offrendo modi alternativi di vedere le figure, in cui lo spettatore è anche coinvolto nel completamento di una narrazione o di una scena.
Si tratta per lo più di figure ricavate da vecchie fotografie di album di famiglia dei primi anni del ventesimo secolo o dai libri con immagini di bambini vittoriani ed edoardiani. Nel considerare queste immagini Gideon Rubin cerca la narrazione, una scena aperta all’interpretazione: più banale è l’immagine, meglio è.
La scelta del colore dipende sempre dall’intuizione, ma si tratta principalmente di colori tenui che variano dall’ocra al rosa e al bianco. Ci sono anche sfarfallamenti di rosso in molti pezzi, che servono per attivare il dipinto, dando vita a oggetti e persone per evidenziare un dettaglio che avvia una relazione tra lo spettatore e il dipinto. Rubin applica la vernice densamente con tratti ampi, lavorando con una tavolozza attenuata che dà più peso alla tonalità rispetto al colore.

Il nostro manierismo, lo stile, il modo in cui ci vestiamo, camminiamo sono i mezzi attraverso cui ci “leggiamo” l’un l’altro e ciò compare in ogni ritratto umano, in primo luogo e soprattutto nei nostri lineamenti del viso e poi in tutto il resto. Ma l’obiettivo di Rubin è proprio quello di invertire questo processo: tutto il resto viene prima lasciando un punto interrogativo, una storia non raccontata. Per Gideon Rubin l’atto di cancellazione è importante e positivo, è un marchio identificativo. Togliere dettagli piuttosto che inserirli è il metodo che l’artista israeliano utilizza per far sì che ognuno di noi possa identificarsi ed immedesimarsi nell’opera che osserva, così da comprendere come tutti gli uomini siano uguali nelle reciproche diversità.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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