I grandi classici – Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Storia e storie famigliari sul filo della parola

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Ben si sa come accada che una battuta cinematografica, ma anche semplicemente un titolo, divenga talmente iconico da entrare nell’immaginario collettivo e di conseguenza di assurgere quasi ad espressione idiomatica, almeno per la durata del successo dell’opera originaria. Così per Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, romanzo autobiografico (o biografia romanzata? O che altro?) che la scrittrice (e drammaturga, politica, traduttrice) consegnò alle stampe nel 1963, con cui vinse il premio Strega, che divenne una locuzione di uso comune per intendere o sottintendere quell’affettività particolarmente intima che trova un suo fil rouge nella condivisione di un linguaggio. Il Lessico Famigliare, appunto, che assurge al ruolo di una vera e propria lingua gergale, un modo espressivo per iniziati, esclusivo nel senso etimologico del termine, che esclude appunto gli altri, l’altro-da-sé, lo straniero.

È evidente che, al netto dell’individualità del proprio lessico, pressoché ognuno dei lettori è in grado di identificarsi in questa prassi, e ciò indubbiamente costituisce almeno la metà delle ragioni del successo del libro, il fatto cioè di proporre la prassi di questo cemento linguistico per famiglie in cui chiunque può riconoscersi. Dopodiché, il romanzo scorre senza una struttura, una cadenza, un progetto: è la storia della famiglia della Ginzburg, nata Levi, figlia di un Giuseppe docente universitario che domina la scena e le vite di chi lo circonda in maniera dispotica e petulante, sopravvalutata e inconsistente. Il racconto si snoda dal 1925 agli anni ’50, e gli si possono attribuire due meriti: un tratteggio del fascismo e dell’antifascismo, ed una carrellata di personaggi illustri che orbitano attorno alla famiglia Levi, tra cui Carlo Rosselli, Turati, Carlo Levi, Giulio Einaudi Olivetti e, soprattutto, Cesare Pavese a cui sono dedicate le pagine più significative e sentite, specialmente quelle riguardanti il suicidio dello scrittore.

John Fante fu, sostanzialmente, scoperto da Charles Bukowski, il quale a sua volta raggiunse la notorietà oltre i cinquant’anni. Succede così, nel mondo. Non in Italia, dove Umberto Eco avvertiva a suo tempo di non spedire nemmeno le proprie opere alle case editrici, se non in possesso di dovute conoscenze e anche in difetto di conoscenza. In cambio della mancanza vitalizzante dell’incertezza della pubblicazione, troppo spesso il romanzo italiano eredita un deprecabile e morto intellettualismo putrescente, mancando di quell’afflato di vividezza che rende un’opera immortale, valida o almeno degna di essere letta. Lessico Famigliare sembra una commedia teatrale dove tutti gli attori mettono in scena una recitazione costantemente sopra le righe; ben al di sotto della vividezza e del realismo, i protagonisti del racconto della Ginzburg si aggirano per la pagina come cani di Pavlov, pronti a ripetere il loro Lessico Famigliare, come delle frasi fatte, o peggio come un’ecolalia. Dal punto vi vista linguistico, infatti, la narrazione procede per esclamazioni e non per affermazioni, sottolineate da un uso ridondante del punto esclamativo, uso deprecabile quantomeno per chi, come noi, la veda come Ugo Ojetti, e va detto che vi sono pagine (in senso fisico) in cui se ne possono contare anche ben oltre la dozzina. «“Cotoletta madama bianca! Cotoletta madama bianca!” – “Cotoletta madama bianca!”, diceva sempre mia madre ogni volta che mangiava una cotoletta».

L’autrice col marito Leone

Pur essendo tecnicamente un’autobiografia, la Ginzburg parla pochissimo di sé, ma da quel poco si evincono le difficoltà psicologiche e caratteriali della scrittrice, tra le quali elenchiamo anche il ruolo incredibilmente ridotto assegnato nella carrellata delle macchiette (nonostante il lessico famigliare, nessuno dei personaggi riesce ad assurgere allo status di persona, ed in verità nemmeno a quello, appunto, di personaggio) che popolano il libro al marito Leone Ginzburg, al quale la scrittrice non dedica attenzione nemmeno in occasione della morte. Incredibilmente, anche l’antifascismo che permea il libro riesce a presentare dei tratti radical chic (nel senso corrente ed erroneo del termine, ma peraltro avvalorato dal rapporto della famiglia Levi con i “servi”), col carcere che viene presentato come un episodio di cui vantarsi in società.

Parte della critica, peraltro, sottolinea giustamente che spesso Lessico Famigliare ha suscitato «più affetto che stima». In conclusione, però, non si può negare che l’assunto su cui poggia l’opera, che ha avuto e continua ad avere un considerevolissimo successo e numerose traduzioni all’estero, sia vero: ossia che il valore evocativo del collante linguistico famigliare è enorme, e che basta una frase o un vocabolo appena di quelli ripetuti infinite volte nel corso dell’infanzia (e oltre) per venire trasportati alle precise sensazioni del momento passato. Nondimeno, è altrettanto vero che, come dice la Ginzburg stessa, «la memora è labile, e i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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