Lo specchio nell’arte: chi è quella figura che non sempre appare?

0 189

A parole, chiunque saprebbe dare una descrizione di sé. Breve o lunga, qualche parola uscirà. Ma chi può dire se sia realmente la verità, sempre che ce ne sia una- o solamente una?

Specchio: corpo con una parte di superficie levigata che dà immagini per riflessione della luce: s. piano, concavo, convesso, ecc.

Le immagini che arrivano allo specchio e quelle che ritornano non sempre coincidono, in una danza continua tra sguardi d’approvazioni, difetti ignorati perché troppo conosciuti oppure esaltazioni dichiarate di apprezzamenti. Frange nere e code di cavallo bionde, strascichi rossi di abiti da sera sfilano davanti allo specchio, dalla mattina alla sera, in un incedere costante e intermittente. Ma quali sono gli autori che hanno trattato il tema dello specchio, scrutandolo da angolazioni differenti?

Renè Magritte, “La riproduzione vietata (ritratto di Edward James)”, 1937

Edward James, uno dei poeti del Surrealismo, è il protagoista che Magritte seleziona per rappresentare la non restituzione dell’identità. Dalle tinte di un marrone appassito la tela traspone con colori a olio l’impossibilità di rivedersi. La riproduzione della propria fisicità, e in parte anche di quella mente che è embodied cioè incorporata, è inaccessibile. Forse momentaneamente oppure no, eppure il volto reale con le sue fattezze non solo è non visibile, ma appare solo da dietro, con le apparenze che accompagnano i damerini osservati da dietro. Il libro, al contrario, con le sue certezze vede il suo riflesso correttamente restituito dallo specchio.

Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto (Renè Magritte)

La galleria degli specchi a Versailles

Fu Luigi XIV a volerla, come una delle tante donne che abitavano a palazzo. E la ebbe, tra il 1678 e il 1684. Fu- ed è- la sala più celebre presente alla reggia di Versailles. Gli specchi si lanciano occhiate luminose, comodamente addormentati in caldi abbracci dorati, mentre 3000 candele accendono i riflessi che da una parte all’altra dela stanza compiono scintillii magici. La sala collegava l’appartamento del Re Sole con quello della regina, e quel percorso di 73 metri racconta di una dimora che ha assunto il ritratto personificato del suo committente: nessuno più del delfino più celebre di Francia avrebbe potuto dare vita, concretizzandolo, a un sogno vivente come Versailles. La reggia fu in grado sia di concentrare la vita e il potere dei facoltosi aristocratici sia di rappresentare la grandezza del Re Sole, il sovrano immortale che si dice danzi ancora tra le 3000 candele accese in qualche storia parallela.

Ci sono due modi di diffondere luce: essere la candela oppure essere lo specchio che la riflette (Edith Warthon)

Kitagawa Utamaro, Beauty in Front of Mirror, periodo Edo

C’è poi lo specchio tipicamente inteso, ossia quello in cui Narciso scruta la sua immagine e si compiace dei suoi riccioli, della pelle porcellanosa e della gioventù penetrante. Come Dorian Gray, la donna protagonista del quadro di Utamaro analizza il suo ritratto e, come attestano la mano sensualmente poggiata sul collo, la veste che scivola giù dalla spalla e lo sguardo fisso, ne è fiera. L’orecchio scoperto suggerisce che a breve la donna incontrerà qualcuno, come sempre accade nei quadri erotici di Utamaro, ed è il momento dell’attesa. Mentre si aspetta che qualcuno bussi alla porta e tutto è pronto, il proprio riflesso viene incontrato e analizzato, in un fragoroso mix di eccitazione e interrogativi senza risposta. Lo specchio può dunque essere qualunque tipo di ritrattista, a cambiare è sempre solo colui che necessita di guardarsi. Con lui, e soltanto da lui, derivano tutte le infinite tipologie di restituzioni visive possibili (e immaginabili).

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.