Un lume della modernità: Paul Valéry tra poesia simbolista e ricerca saggistica

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Paul Valéry nasce a Sète, città portuale nel sud della Francia, il 30 ottobre 1871, là dove si erge il cimitero affacciato sul mare che lo scrittore descriverà  in una delle sue poesie più famose, Le cimitière marin, proprio dove lui stesso sarà sepolto alla sua morte nel 1945.

Cimitière marin a Sète

Valéry, instancabile intellettuale alla ricerca della verità, sembra sdoppiarsi nella propria opera: da un lato vi è il poeta di stato, universalmente riconosciuto, le cui pubblicazioni sono frutto di un lungo labor limae, l’autore di poesie immancabilmente classiche, in endecasillabi rimati. Dall’altra vi è lo scrittore dei Quaderni e dei saggi, dove le formulazioni sui temi più vari quali la politica, la letteratura e l’attualità prendono la forma dell’aforisma, del frammentario, dell’incessante movimento della mente. Tuttavia, a ben guardare, le due figure dell’intellettuale francese non sono poi così diverse tra loro. Come il poeta mira alla lucidità, alla limpidezza del verso, così il saggista, l’uomo che redige i propri quaderni ogni mattina dalle quattro alle sette, tende all’esattezza. Per Valéry ciò che conta, più che l’opera in sé, è il lavoro stesso dietro alla produzione letteraria.

Dopo le prime opere giovanili, poesie di stampo simbolista e ispirate soprattutto dal maestro Mallarmé, Valéry si chiuderà in un silenzio di circa venti anni. Infatti, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1892 lo scrittore cadde in una profonda crisi esistenziale descritta in questi termini:

[la nuit] passé sur mon lit – orage partout – ma chambre éblouissante par chaque éclair – Et tout mon sort se jouait dans ma tête. Je suis entre moi et moi.

[la notte] passata sul mio letto – dappertutto la tempesta – la mia camera che abbagliava ad ogni lampo – e tutta la mia sorte si giocava nella mia testa. Sono tra me e me.

Il mattino dopo questa notte spaventosa, Valéry, avendo compreso che la poesia non gli avrebbe permesso di raggiungere l’ideale a cui aspirava, decide di abbandonare la letteratura per dedicarsi interamente alla vita dello spirito, redigendo unicamente i propri quaderni. Soltanto nel 1917, grazie anche all’influenza di André Gide, Valéry tornò alla poesia con la pubblicazione di La giovane Parca a cui seguiranno altre poesie quali Il cimitero marino, già menzionato, e la raccolta poetica Incanti.

La sua celebrità fu tale da essere nominato “poeta di stato” e nel 1925 fu eletto direttore dell’Académie Française. Durante il secondo confitto mondiale, essendosi rifiutato di collaborare con il regime, perse l’amministrazione del centro universitario di Nizza e, tragica ironia della sorte, morì il 20 luglio 1945, una settimana dopo la liberazione della Francia e il processo di Pétain.

Ad oggi, molti letterati riconoscono il valore di Paul Valéry soprattutto nella prosa dei Quaderni e dei saggi, dove emergono delle riflessioni sulla modernità e sul ruolo della letteratura tutt’ora illuminanti. Come ad esempio, quando, parlando della questione del progresso in Sguardi sul mondo attuale (pubblicato nel 1929!),  mostra di aver già colto l’incredibile velocità del mondo contemporaneo, il pericolo che avrebbe corso una società che cancellando la propria la storia non si sarebbe più riconosciuta nella cultura da cui era nata. Descriveva un mondo in cui ognuno avrebbe avuto l’accesso ai piaceri della vita, ai viaggi, a ogni sorta di distrazione dall’ennui, ma al caro prezzo della scomparsa del passato.
Le sue poesie, invece, sono di più difficile fruizione, perché il loro significato appare a volte oscuro come in quella che segue, intitolata L’abeille (L’ape):

Quelle, et si fine, et si mortelle,
Que soit ta pointe, blonde abeille,
Je n’ai, sur ma tendre corbeille,
Jeté qu’un songe de dentelle.

Pique du sein la gourde belle,
Sur qui l’Amour meurt ou sommeille,
Qu’un peu de moi-même vermeille,
Vienne à la chair ronde et rebelle !

J’ai grand besoin d’un prompt tourment :
Un mal vif et bien terminé
Vaut mieux qu’un supplice dormant !
Soit donc mon sens illuminé
Par cette infime alerte d’or
Sans qui l’Amour meurt ou s’endort !

Quale che sia, e mortale,
e fina la tua punta,
il mio cestello tenero
non ti velo, ape bionda,
che d’un sogno di trina.
Pungi al seno la bella
mela, cui posa Amore
e vi langue o vi muore;
alla mia carne tonda
e ribelle che affiori
di me vermiglia un poco.
D’un alacre tormento
bramo l’offesa; meglio,
cresciuto e vivo, un male
che una sopita pena.
Illumini il mio senso
l’infima sveglia d’oro,
di cui se privo, Amore
perisce o s’addormenta.

La poesia dai toni sensuali e velatamente femminili parla della puntura di un’ape, puntura che simboleggia lo stimolo che è sempre necessario all’amore o, forse, alla stessa ispirazione poetica, al pensiero umano. Tuttavia, le parole rivelano solo parzialmente il loro significato in una fusione di sensazione, emozione e raffinata ricerca intellettuale, lasciando il lettore davanti al compito di sbrogliare questa complicata matassa.

Le poesie di Paul Valéry possono essere apprezzate o meno al giorno d’oggi, costituire un modello o un anti-modello, certamente però il valore dell’autore in quanto intellettuale rimane indiscutibile anche ai nostri giorni. Proprio al suo gusto per l’esattezza e per la ricerca insaziabile di senso così come alla sua capacità di leggere nella modernità e nel futuro con acuto senso critico dovremmo inspirarci nella nostra società in cui tutto passa vertiginosamente in fretta senza lasciare alcuna traccia.

Consuelo Ricci per MIfacciodiCultura

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