Día de muertos a Città del Messico: il tema del ritorno

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Chi ha visto Coco sa di cosa si parla, ed è consapevole di quanto il Día de muertos (giorno dei morti, ricorrente il 2 novembre) si configuri come un evento dalla caricatura emozionale elevata. Le persone che hanno lasciato questo mondo vi fanno ritorno occasionalmente per una sola notte, e come il fantasma del Natale passato di Dickens, fanno capolino nelle case in cui hanno abitato e ricercano le persone significative a cui sono legate. E’ un momento unico, sentito al punto da essere trasmesso di generazione in generazione tramite gli antenati che volta dopo volta passano il testimone, e ogni anno la festa viene puntualmente allestita con una dovizia pregna di calore e cura, tra fotografie per accogliere i propri cari e variopinti mazzi di fiori per dare il benvenuto. Il tema del ritorno non è mai stato così vivo, e ogni persona che se n’è andata viene invitata a tornare con offerte, preghiere e feste in una cerimonia che unisce anche chi è rimasto. Non tutti sono invitati a ritornare nello stesso modo, e nemmeno nello stesso momento.  

[…] ecco, quella donna era la mia trisnonna mamá Imelda, morì tempo prima che nascessi, ma la sua storia viene tramandata ogni anno durante il Día de muertos, il giorno delle anime, e la sua bambina è la mia bisnonna mamá Coco (Coco)

Avviene ad esempio che il 28 ottobre, quando i colori arancioni s’impossessano dei boschi e delle strade e le foglie vagheggiano orgogliose per i vicoli di Città del Messico su un tappeto di teschi colorati e adornati con brillantini, alcune comunità celebrano chi è scomparso per un incidente o per suicidio, mentre il 31 ottobre il pensiero e le offerte sono rivolti in particolare ai bambini. Il 1 e 2 novembre, invece, i cortei e le feste, i fiori e i colori fluorescenti sono  per tutti gli altri che, nel cielo, osservano il mondo di sotto nel suo frastuono multicolore e si accingono a raggiungerlo, per ora ancora col pensiero. Il 27 ottobre Città del Messico si è riempita di vestiti a fiori, che hanno ricreato, omaggiandolo, il Mictlan (il regno dei morti secondo gli atzechi), il carnaval de calaveras (letteralmente “carnevale dei teschi”).

E d’improvviso si nota Frida che scorrazza per le strade esibendo la sua acconciatura corvina elegantemente commistionata col rosso purpureo della rosa nei capelli, mentre poco dopo all’angolo della strada un sombrero blu sventola in balìa dell’aria frizzantina, coi rigagnoli dorati sulla tesa che compiono movimenti acrobatici respirando i fumi dei sigari acerbi che serpeggiano alti fino al cielo. Quello stesso cielo rosso da cui, preparandosi per la festa, i morti si stanno imbellettando e scegliendo il miglior abito da sera, tranne uno che è già pronto e sta osservando il corteo di sotto. Entro il marasma di luci abbaglianti e i cumuli sonori carichi di sovraeccitazione, il manichino di ossa sta pensando che forse quell’omino laggiù, quello travestito da teschio arancione intento a sorseggiare mezcal con le gambe incrociate su un sgabello occasionale, è indubbiamente il miglior mascherato della festa. Anche se, a dirla tutta, rimane pur sempre meno bello di lui.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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