John Atkinson Grimshaw, il ritrattista delle notti senza sonno

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John Atkinson Grimshaw, il viso pulito ma un’espressione sinistra che rievoca Edgar Allan Poe e il suo sentir macabro e ridente delle cose.

Nel vivo dell’età vittoriana, l’artista di Leeds decise di abbandonare la sua precedente occupazione per diventare un pittore. La scelta suscitò scalpore, ma l’influsso che i Preraffaelliti con la loro ardente voglia di ritrasporre i miti e consegnargli quella bellezza estetica che mancava da un pezzo, conquistarono Grimshaw. Egli divenne un osservatore oltre che un ritrattista dei particolari, ma non si concentrò su quelli che alla luce del sole normalmente catturano l’attenzione dei nobil signori o delle anime semplici, bensì si occupò di quelli più ingarbugliati e nascosti. La luna, la polvere, le foglie che vagheggiano per le strade notturne, gli alberi che proiettano riflessi che non si vedono, eppure sono profondi come i sogni di chi non riesce a svegliarsi. I quadri di Grimshaw, però, non risultano inquietanti, ma evocano un senso di mistero che parla da sé. E’ la notte nelle città, in quelle camere di palazzi fintamente ordinate e benpensanti che si crogiolavano in apparenti opere di misericordia, ma che in realtà nascondono dietro la facciata un’ipocrisia scoppiettante.

Non è tutto ciò che vediamo, o ciò che ci sembra di vedere, soltanto un sogno dentro il sogno? (Edgar Allan Poe)

Grimshaw scruta i dettagli, e da lì ritrae l’autunno. Il colore ocra con le sue gradazioni si disperde nel cielo, mentre le ombre nerine veleggiano sulla terra dei boschi. Una casa si staglia dietro l’alone nebbioso e dei rami fanno a gara per coprirla; è un momento delicato, in cui le luci si passano il testimone e tra poco sarà buio. Arriverà la notte con i suoi invitati, e allora chissà chi si siederà sulla balaustra di pietra, pallidamente impensierito da chissà quali piani per le ore a venire. E la notte arriva, eccome se arriva. L’ha sempre fatto e così andrà avanti a ripetersi, senza variazioni o improvvisi stacchi di presenza, per l’eternità.

C’è un punto morto nella notte, dove fa più freddo e il tempo è più nero, dove il mondo ha dimenticato la sera e l’alba non è ancora una promessa. Un tempo in cui è troppo presto per alzarsi, ma così tardi per andare a letto.
(Robin Hobb)

Una suggestione impallidisce, mentre una fanciulla cammina per le stradine inglesi. Starà tornando a casa oppure è fissa a contemplare una casa le cui luci sono accese, mentre i camini vaporeggiano verso la luna? E’ l’estasi della fissazione, del restare immobili dinanzi a una realtà senza poterla penetrare, è quello che il gioco della luna fa agli uomini: li richiama a sé, li consiglia nella notte, come a Romeo che si domanda confuso «Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?», ed infine li lascia a sognare ad occhi aperti. Agire o non farlo, rintanarsi nel bagliore delle ultime luci artificiali sul far della foresta oppure tornare nella quieta dimora, il cui calore s’avverte più per la sicurezza del quotidiano che per la reale felicità?

Qualunque sia il luogo e lo stato d’animo in cui si scelga di ritrarsi nella notte, Grimshaw l’ha individuato. Tra le luci e le ombre, questo è il gioco finale, e sono ovunque.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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