Doris Lessing: la normalità e la sfacciataggine dell’essere donna

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Doris Lessing: la normalità e la sfacciataggine dell’essere donna

download-5Nata il 22 ottobre 1919 a Kermanshah, l’autrice britannica Doris Lessing visse in Iran fino al 1925, data in cui la famiglia si trasferì nell’attuale Zimbabwe. Vi rimase per circa trent’anni, fino a quando si innamorò di Londra, stabilendosi così definitivamente in Inghilterra. L’intraprendenza, la scaltrezza e l’indipendenza la contraddistinsero sempre, dal momento in cui si sposò per la prima volta a soli diciannove anni e allo stesso tempo abbandonò anche gli studi per studiare da autodidatta. Dal primo marito Frank Wisdom ebbe due figli, e anche dal secondo matrimonio con Gottfried (guida del gruppo di intellettuali comunisti e socialisti Left Book Club), da cui ha preso il cognome, ha avuto un figlio.

Una carriera intellettuale e letteraria sempre in movimento, la sua: ci ha lasciato più di una cinquantina di testi, tra romanzi, saggi, volumi in serie, raccolte di poesie, opere per il teatro, opere con pseudonimo, un’autobiografia. È del 1950 la sua prima opera, L’erba cantala storia di Mary e Dick che vivono nel Sudafrica degli anni Quaranta. Si sposano quasi per solitudine, finendo per vivere una vita piatta e misera, inetta e senza sogni, e sarà un delitto a sconvolgere la loro abitudinarietà.

Dovrebbero ricominciare a farlo, essere all’altezza.

9788807880940_quarta-jpg-448x698_q100_upscaleQuesto diceva degli uomini, Doris Lessing. Non si poneva mezzi termini: la sfacciataggine, l’anticonformismo, la sagacia distinsero il suo stile di scrittura. Degli uomini parlava come del genere che non era più in grado, perché almeno un pochino lo era stato, di tenere testa alle donne. Specialmente a quelle donne che non si fermano mai, che combattono e si ribellano perennemente per le giuste cause, all’insegna della libertà e della sete di vita.

Doris Lessing era femminista? Sì, ma in un certo senso potremmo dire anche non così diversamente da come lo siamo noi oggi. Reclamava il fatto di non aver paura di parlare di ciò che fa parte quotidianamente della vita delle donne, semplicemente anche l’essere donne stesse. Non casualmente sconvolse il mondo (e non tutti i paesi del mondo lo pubblicarono senza problemi) con l’uscita, nel 1962, del romanzo Il taccuino d’oroin cui vengono evidenziati gli eventi che la protagonista Anna Wulf registra in una serie di quaderni che vuole far assomigliare ad un taccuino dorato. È in questo modo che le pagine dei quaderni si intrecciano nelle fila dalle mille sfumature di una vita in cui l’epoca storica, i problemi sociali e politici, le vicende sentimentali, gli stati emotivi e i sogni si fondono.

Ovviamente nel libro c’è l’esistenza della stessa Lessing: il racconto della Seconda Guerra Mondiale, del nazismo, del comunismo, i matrimoni conclusi con il divorzio. La maniera dell’esporre i fatti è tutta sua, è postmoderna, e ciò aggiunge ancora un tocco di valore al romanzo che fu definito la bibbia del femminismo. Infatti, la motivazione del Nobel ne è l’emblema:

Una cantrice delle esperienze femminili, che con scetticismo, fuoco e potere visionario ha osservato una civiltà divisa.

Nonostante questo, l’autrice non amava autodefinirsi femminista, anzi, era contraria che le donne si lamentassero soltanto, insultando gli uomini. Voleva l’azione.

Scrivo cose che sento. Conversazioni che ascolto tra donne, donne che parlano di uomini. Non ho mai trovato in questo niente di così sconvolgente né di nuovo.

lessing_slider1Doris Lessing si è avvalsa della normalità nel cantare le donne. Ma si è avvalsa anche del principio più genuino che permea nel mondo della letteratura: scrivere ciò che si sente. Captare da quello che si ha intorno materia in forma letteraria. Riportare in parole nuove quello che ogni giorno sentiamo nel nostro cuore e quello che ci trasmettono gli altri. Cantando l’animo umano, in tutta la sua sensibilità, e perché no, in tutta la sua durezza, l’autrice voleva comunicare questo alla sua platea di lettori: se la letteratura non sconvolge, forse perché è la vita per prima a non essere sconvolgente (coinvolgente o avvolgente, se preferite).

Sono già passati quasi quattro anni da quando la scrittrice è venuta a mancare, mentre ne sono trascorsi dieci da quando la insignirono del Premio Nobel per la Letteratura. Visto a quell’epoca aveva ben ottantotto anni, commentò che «visto che non possono assegnare il Nobel a un morto, penso semplicemente che abbiano scelto me perché temevano morissi prima di avere un’altra occasione». L’ironia, quindi, una delle sue doti illuminanti.

 Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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