Torquato Tasso: poeta rinascimentale contraddittorio e scisso

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Torquato Tasso (Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595) vs Ludovico Ariosto: attorno a questa polarità si potrebbe banalmente sintetizzare la letteratura rinascimentale italiana, ma c’è molto di più. Ariosto, col suo Orlando dai molti e intricati intrecci, rappresenta la carica antropocentrica del Rinascimento. Il vecchio paradigma teocentrico è venuto meno per lasciare il posto a un nuovo sistema, dominato dal dictum di Ficino, homo faber fortunae suae. Ma il poeta di Sorrento vive un’epoca molto complessa e difficile, dominata dalla severità del Concilio Tridentino (1545-1563).

Torquato Tasso

Il Tasso ricevette una rigida educazione cattolica romana presso i monaci benedettini di Cava de’ Tirreni, un ambiente che suscitò in lui l’interesse per la prima crociata (tema del Gerusalemme). Ma Torquato è un’anima inquieta e, a mio giudizio, la sua inquietudine si manifesta sin dalla gioventù: non accetta di proseguire gli studi giuridici a Padova come aveva previsto per lui il padre e, nella stessa città, opta per una formazione che oggi definiremmo umanistica, avvicinandosi allo studio della Poetica aristotelica. La carriera letteraria dell’autore inizia, tuttavia, a partire dal 1565, anno in cui si stabilisce a Ferrara.

Il contesto ferrarese, alla corte del duca Alfonso II d’Este e al servizio del cardinale Luigi d’Este, si dimostra particolarmente stimolante per lo scrittore: inizia la redazione del poema Gottifredo (dedicato alla crociata) e scrive la celebre Aminta (1572). Si tratta di una favola pastorale che, a mio giudizio, sembra preconizzare (con il lieto fine) la vicenda shakespeariana di Romeo e Giulietta. L’Aminta assurge a correlativo oggettivo dalla voglia di vivere tassiana, del suo voler apprezzare e godere della vita in ogni suo aspetto, come si legge alla fine del primo atto:

Ma sol perché quel vano
nome senza soggetto,
quell’idolo d’errori, idol d’inganno,
quel che dal volgo insano
onor poscia fu detto,
che di nostra natura ‘l feo tiranno,
non mischiava il suo affanno
fra le liete dolcezze
de l’amoroso gregge;
né fu sua dura legge
nota a quell’alme in libertate avvezze,
ma legge aurea e felice
che natura scolpì: «S’ei piace, ei lice».

Gerusalemme liberata

Come ho già avuto modo di dire all’inizio di queste riflessioni, Tasso visse il periodo della Controriforma e il programma letterario dell’azione della Chiesa tridentina è la celebre Gerusalemme liberata (1575). Se Ariosto aveva cantato le armi e gli amori, Tasso esordisce con l’arme pietose e il capitano che liberarono il Santo Sepolcro. Alla libertà dell’Ariosto, il Tasso contrappone la rigorosissima osservanza delle unità aristoteliche: il poema si svolge interamente a Gerusalemme e nei dintorni della Città Santa. Tasso non può permettersi la serenità e la libertà di Ariosto, la sua opera deve avere una funziona pedagogica e parenetica. Essa deve essere verisimile, ma, al tempo stesso, devono emergere istanze religiose: ecco quello che Tasso definisce come meraviglioso cristiano. La fantasia deve sempre essere legata all’esigenza pastorale e alla difesa dell’ortodossia: possono avvenire i miracoli o manifestarsi entità soprannaturali perché è Dio a volerlo. Nonostante la severità dei precetti tridentini, Tasso non riesce a non inserire scene sensuali che sembrano richiamare alla solarità dell’Amanti (cfr. la scena del battesimo dell’agonizzante Clorinda, in cui ella mostra i seni al guerriero Tancredi).

Correlativo oggettivo della fragilità interiore di Tasso è il Re Torrismondo (composto due anni dopo l’Aminta), una tragedia di ambientazione scandinava dove dominano un amore incestuoso e una concezione del destino molto cupa (simile a quella delle antiche popolazioni germaniche e, perché no, all’ancor più cupa doppia predestinazione calvinista).

Johann Wolfgang von Goethe

La vita tormentata di Tasso, che alternava alla spensieratezza alla tetra sofferenza, è ben scandagliata da due grandissimi protagonisti del Romanticismo europeo, Johann Wolfgang von Goethe e Giacomo Leopardi. Il primo dedica allo scrittore di Sorrento l’omonimo dramma (1790), dove il letterato tedesco descrive la tormentata follia di Tasso e la reclusione nel carcere sant’Anna di Ferrara; per il Recanatese Tasso è una figura fondamentale, un fratello spirituale: gli fa esprimere i punti essenziali della sua filosofia in una delle Operette morali e diventa quasi un alter ego nella canzone Ad Angelo Mai. 

Questo è Torquato Tasso: un uomo tormentato e scisso, complesso e contraddittorio, che ci ha lasciato alcune delle pagine più belle della nostra letteratura.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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