La malinconia di Dürer e la consapevolezza dei limiti umani

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La malinconia di Dürer e la consapevolezza dei limiti umani

albrecht-durer-engraving-melancholy-1514Un angelo seduto con il volto appoggiato ad un pugno, uno sguardo diretto verso il nulla, occhi persi, ma decisi e tormentati. Circondato da strani oggetti, simboli appartenenti al mondo dell’alchimia: una bilancia, un cane scheletrico, attrezzi da falegname, una clessidra, un solido, mentre nello sfondo, in un cielo buio, rischiarato da una specie di cometa, appare una figura alata portante un telo con scritto Melencolia I.
Così ci appare questa incisione, realizzata nel 1514 da Albrecht Dürer (Norimberga, 21 maggio 1471 – Norimberga, 6 aprile 1528) e appartenente al trittico detto Meisterstiche, assieme al San Girolamo nella cella e Il cavaliere, la morte e il diavolo. Ma verso cosa tende lo sguardo della figura celeste? I suoi occhi sono diretti verso un orizzonte che noi spettatori non vediamo ne conosciamo, per molti studiosi questo vagare rappresenta lo stato d’animo dell’artista, oscillante tra attimi di genialità e di malinconia profonda.

La malinconia è quasi sempre rilegata al tema del ricordo o alla consapevolezza che la bellezza del passato non è più raggiungibile. A questo stato d’animo è collegato il pensiero che il presente ed il futuro non possano più garantire sicurezza e serenità, essendo un vivere verso l’ignoto. È questa la consapevolezza che ruota alla figura celeste dell’incisione dell’artista tedesco, la preso di coscienza dei propri limiti e la disperazione per non poter realizzare tutto ciò che avrebbe voluto.

Nella società moderna, la malinconia è stata rivestita solamente come stato d’animo negativo, come passo prossimo alla depressione e quindi malattia da curare. Ma nel passato non fu così. Procedendo a ritroso nel tempo, l’immagine del melanconico si arricchisce di un’apertura, della quale l’uomo contemporaneo non sembra subire il fascino. Il melanconico è colui che fa azioni atipiche, ma soprattutto è colui che “fa”, è il genio.

Nel Problema XXX, I, Aristotele associa il temperamento malinconico alla genialità:

Perché tutti gli uomini eccezionali, nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria, hanno un temperamento «melanconico» – ovvero atrabiliare – alcuni a tal punto da essere perfino affetti dagli stati patologici che ne derivano?

Alla base della fisiologia antica sta la teoria dei quattro elementi. I successori di Empedocle riconciliarono la sua dottrina degli elementi con quella pitagorica delle qualità, aprendo la strada alla teoria umorale. Ai quattro elementi che componevano l’universo – fuoco, aria, acqua e terra – corrispondevano essenze distinte e tangibili del corpo: gli umori.

Esistono infatti quattro umori nell’uomo che imitano i diversi elementi; aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano ognuno in una diversa età. Il sangue imita l’aria, aumenta in primavera, domina nell’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate, domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la melanconia imita la terra, aumenta in autunno, domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua, aumenta in inverno, domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera.

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Albrecht Dürer, Autoritratto (1500)

Da qui lo schematismo della dottrina galenica dei quattro umori del corpo e dei i quattro temperamenti fondamentali dell’uomo – sanguigno, collerico, malinconico, flemmatico – ai quali corrispondono i quattro organi principali del corpo: cuore, fegato, milza, cervello.
Il carattere è determinato dal caldo e dal freddo: la bile nera ha, grazie alla sua estrema variabilità termica, il potere di influire sugli stati d’animo. Per questo, il melanconico ha una sensibilità eccezionalmente acuta, che, se controllata nei suoi eccessi, gli permette di distinguersi sugli altri.
Successivamente, è nel Rinascimento che la malinconia riacquista il suo aspetto dialettico. Marsilio Ficino riprende la connessione aristotelica tra ingegno e bile nera, suggerendo di temperare gli eccessi con amuleti in grado di attrarre l’influenza benefica di Giove, capace di convertire la debolezza in energia creativa.
È proprio Ficino a dirci che:

La bile nera – cioè la complessione malinconica – obbliga il pensiero a penetrare e ad esplorare il centro dei suoi oggetti, poiché la bile nera è essa stessa simile al centro della Terra. Parimenti essa solleva il pensiero alla comprensione delle cose più elevate poiché corrisponde al più alto dei pianeti.

Riconosciuta come componente essenziale della natura umana, la malinconia in Ficino diventa la dimensione “eccezionale”, dell’esistenza. Si viene cioè configurando un uomo che riflette su se stesso, sui propri valori di riferimento, sui propri limiti.
Comprendendo questo, possiamo riflettere sul pugno, sul quale poggia il viso della figura celeste, e cercar di vedere la tensione che scorre nelle vene, tensione nata dalla consapevolezza dei propri limiti.

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Edvard Munch, Malinconia (1894)

Mi piace tornare all’idea che la malinconia non sia solamente uno stato d’animo negativo, ma che possa esser utilizzata per generare opere d’arte. La malinconia è collegata al genio.
Come è stato riportato prima: la maggior parte di artisti sono stati malinconici, dallo spleen di Baudelaire, alle poesie di Leopardi sino a passare alle pennellate violente di Van Gogh e alle distese di De Chirico.
Rainer Maria Rilke nelle lettere ad un giovane poeta consiglia di accogliere la malinconia, di plasmarla e di coglierne il meglio che possa dare, ovvero maggior sensibilità e doti creative.
Hermann Hesse scrisse un ode alla malinconia finendo la poesia con questi versi «ogni mio vagare era un tornare verso di te» esprimendo la continua ricerca dell’artista e la fatale attrazione verso la bile nera.

Concludendo e affermando che la malinconia stimola e accresce le doti artistiche di chi ne è più affine, vorrei paragonare all’incisione di Albrecht Dürer il dipinto Malinconia di Munch: in entrambi vi è il soggetto in primo piano, appoggiato alla propria mano mentre scruta un orizzonte a noi ignoto.
Questo orizzonte a noi non visibile, sarà mica esser l’orizzonte del loro io?

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

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