La nascita del romanzo moderno: da Bergson a Joyce

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Henri Bergson

Il concetto di tempo nella filosofia di Henri Bergson (1859-1941) occupa certamente un ruolo preponderante, se non addirittura imprescindibile nell’incipiente cultura ideologica e scientifica occidentale del primo Novecento. La problematica affrontata da Bergson costituisce un monumentale complesso teorico mediante il quale sviluppa in modo del tutto inedito la nozione di coscienza, percepita come una durata reale ossia come «una corrente continua e incessantemente variabile – scevra di omogeneità- composta di stati psicologici  i quali si fondono nell’unità dell’io». Caratteristica peculiare del filosofo parigino è la sua assoluta adesione alla dottrina dualistica, la quale emerge preminente in tutti i suoi lavori come L’evoluzione Creatrice e Materia e Memoria, per citarne alcuni, intravedendo in essa l’unica possibilità di salvezza per la filosofia moderna. Ed in virtù di questo dualismo, che sorregge la sua filosofia, attua una distinzione tra tempo spazializzato, ossia il tempo che la nostra intelligenza spezza e rende uniforme e omogeneo, riconducibile a materiale misurabile, come lo spazio, – punti distinti ed estranei fra loro – , e il tempo interiore, ossia il tempo che ogni essere umano percepisce dentro di sé e coincide con la durata reale.

L’uomo quindi vive entro due dimensioni temporali differenti, ove, compenetrandosi istinto e intelligenza scaturisce quella facoltà sovrana che è da lui definita intuizione, ovvero un ritorno cosciente all’essenza della vita. Questa nuova concezione del tempo e dell’essere va a cozzare con le consuete regole di vita quotidiana e con i parametri ad esse legati. Ed è interessante notare come questa innovazione abbia irrorato ampiamente le pagine della letteratura moderna. Basti pensare a Joyce, Proust, Svevo e Virginia Woolf, i cosiddetti pionieri della nuova prosa: in ognuno di loro troviamo traccia di quella filosofia apparentemente inaccessibile e farraginosa. La letteratura vuole trovare nuove forme di espressione, consone al proprio andamento, necessita di una trasformazione radicale che sia concorde con la realtà trasformata del suo tempo: la scrittura deve in qualche modo rappresentare la vita nelle forme in cui essa si presenta agli abitatori di quel secolo e coglierne le peculiarità. Essa è stanca dell’usitato magistero della trama tradizionale, e trova la massima realizzazione nelle teorie bergsoniane,  le quali costituiscono una via di fuga da quella che è la prigione del romanzo ottocentesco, oramai obsoleto e schiavo del passato.

L’esistenza ha acquisito un andamento diverso, più consapevole del proprio cambiamento, scandito dai ritmi frenetici delle grandi città. La Woolf in un saggio * scriveva «The human race is changed», la razza umana è cambiata, si è appropriata di una sua particolare consapevolezza, per cui è evidente che non è più possibile adottare il linguaggio precedente. In un articolo * William James, ammiratore indefesso di Bergson, definisce la concezione del pensiero come flusso di coscienza, epiteto adoperato in seguito per indicare quel particolare genere letterario. Ragion per cui la trama di un romanzo non può più essere lineare, scandita dal tempo spazializzato, ma assume connotati diversi, dettati dalla percezione interiore. In questi romanzi il tempo non ha velocità universale,  ma individuale, ovvero l’autore si relaziona ad una realtà differente, in cui un minuto, o un giorno possono avere la stessa durata di un’intera vita. Ognuno segue strade diverse, seppur parallele: Joyce, che meglio fra tutti riesce a cristallizzare il pensiero del filosofo,  comparando il mondo caotico della mente umana alla negazione della punteggiatura nella sintassi, e riportando in auge i miti classici attraverso uno sguardo moderno (Ulisse); Proust, che a seguito anche delle teorie freudiane elabora un concetto personale della salvaguardia del tempo e dei ricordi tramite la scrittura (Alla Ricerca Del Tempo Perduto); Virginia Woolf che riesce a rendere un oggetto o un’azione, apparentemente anodini, l’epicentro delle emozioni umane, imprimendo nelle parole il sapore agrodolce della vita imperscrutabile dell’anima (La Signora Dalloway). La commistione di tali elementi, concorrono a fare del pensatore francese, audace innovatore del pensiero mondiale, e delle sue idee, forza propulsiva di salubre e critico mutamento.

Angelo De Sio per MIfacciodiCultura

* Mr. Bennett and Mrs. Brown, Virginia Woolf, 1924

* On Some Omissions of Introspective Psychology, Williams James, 1884

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