Damerini alla finestra: chi sono gli artisti che osservano il mondo

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Damerini d’amore, incantati da un paesaggio. Damerini da spavento, intrappolati nel vortice sonnambulo del sonno-veglia. Damerini d’arte, corrosi dalla vena del genio. Chiunque sia rimasto impresso su un libro d’arte, è stato un acuto osservatore. Ma cosa osserva realmente chi sa realmente vedere? Predilige se stesso o il mondo?

Non esiste alcun individuo che possa dirsi completamente distaccato dalla realtà e non c’è mondo che non arrivi a intaccare l’esistenza di una persona. Anche immaginandosi uno dei manichini di de Chirico, siano essi poeti o cantori, osservatori senza volti o adulatori del silenzio, e fantasticando di questa figura in una stanza chiusa, anche qui vi sarà sempre un’influenza dall’esterno. Sarà uno spiraglio di luce, che magari proietterà nel manichino una reminiscenza o forse gli accenderà l’eco di un’epifania improvvisa, o invece sarà magari lo scampanellio della messa domenicale coi suoi riti conosciuti. Da qualunque punto si osservi la scena, il manichino non sarà mai avulso dalla realtà, e magari in sè rivivrà il profumo delle madailnettes proustiane.

Alcuni scrittori, come Banana Yoshimoto, adibiscono la casa a santuario del rapporto con la spiritualità, con le presenze birichine dell’originalità in netto contrasto con le pareti, silenti richiami ad antenati e protagonisti ancora sconosciuti. Tra ruminazioni e presagi, anche Frida Kahlo si ritrovò a impensierirsi sul mondo e su di sè da dietro una finestra: dopo l’incidente che le rovinò per sempre la schiena, l’artista messicana convisse con il dolore, la rabbia e l’impotenza proiettandole entro le mura di casa, con compagne le tele che la vedono immobilizzata in un contorno di fiori. E poi Thomas Mann, che in La morte a Venezia narra i sussulti rovinosi e frementi di Aschenbach, che da dietro le quinte di una camera d’albergo del Grand Hotel des Bains stordita di pulsioni osserva Tadzio, il ragazzino biondo simile alla bellezza senza tempo delle sculture greche, antiche ed eterne.

La wildiana fattezza delle pelli giovani, pallide come l’avorio eppure accecanti per il riverbero porcellanoso quasi vitreo di antiche nobiltà, cattura l’animo e lo intrappola a sé. Ai riccioli biondi, all’animo alla marinara, ai passi sulla sabbia osservati di lontano.

 Vi sono poi stanze d’albergo come quella di Sargent, che in un appannarsi di verdi e sfumature bianche pittura la transitorietà del passaggio dell’uomo, che perennemente di fretta s’adagia in un luogo e vi trascorre le sue ore. Ore parziali, mai eterne, sempre in fuga verso chissà che. L’amore, il lavoro, lo stesso svago, costituiscono sempre uno spostamento, come narra abilmente Jack Kerouac quando si ritrova pensante su un balconcino di uno sperduto hotel di LA, la città della nebbia e dei suoni tristi.

Siamo tutti viaggiatori, in continua osservazione del mondo, pur sempre perennemente nascosti dietro a un sipario che ci nasconde parzialmente. Aneliamo all’esterno, a un mondo di cui captiamo i sapori e respiriamo le fragranze. In continua commistione, aspettiamo come damerini imbellettati l’arrivo della mezzanotte, pur sempre restando nel palazzo.
Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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