Dino Buzzati: un intellettuale in un deserto di solitudine

0 1.681

Dino Buzzati: un intellettuale in un deserto di solitudine

dino_buzzati-01-ndr-quadCelebriamo uno dei più grandi intellettuali italiani del scorso secolo. Ho scritto apposta intellettuale perché oltre che scrittore e giornalista, Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) fu pittore e si dedicò alla musica operistica, collaborando scrivendo quattro libretti, con il compositore e direttore di orchestra Luciano Chailly.
Ebbe un interesse anche per tutto ciò che era a stretto contatto con il mondo dello spettacolo, infatti oltre a curare le scenografie delle sue opere e dei suoi drammi, lavorò come scenografo e costumista anche per opere non sue, come i balletti Jeu de cartes di Igor Stravinskij e l’esperienza con Federico Fellini alla stesura del Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet, progetto che pero rimase incompiuto.

Dino Buzzati nacque presso San Pellegrino, località vicino a Belluno il 16 ottobre 1906. Il padre fu Giulio Cesare Buzzati, celebre giurista proveniente da un’illustre famiglia bellunese, il quale spingerà sempre il figlio a cimentarsi nella carriera giuridica.
Come per Leopardi, anche per Dino la villa di famiglia e la biblioteca furono fondamentali per la formazione l’interesse e la curiosità vero la letteratura e la cultura. Nei primi anni della sua infanzia nasce in lui la passione per la musica, infatti alla giovane eta di 12 anni era già capace di suonare strumenti impegnativi quali il pianoforte ed il violino.

mar-012
Dino Buzzati – Piazza del Duomo di Milano (1952)

Col passare degli anni nacque in lui anche l’amore per la montagna, passione che lo porterà a scalare diverse zone rocciose come ad esempio le Pale di San Martino e la Croda da Lago, zone che rimarranno per sempre tra le sue preferite e più frequentate.

Dopo la morte del padre, Buzzati si iscrisse al liceo Parini di Milano, dove, spinto da un grande interesse, iniziò a cimentarsi con la cultura egizia ed iniziò a strutturare un rapporto con la scrittura partendo da piccoli duelli sino ad arrivare ad una vera e propria corrispondenza con Arturo Brambilla, amico che lo lasciò a causa di una prematura morte. Terminati gli studi superiori Buzzati si iscrisse a Giurisprudenza per assecondare la volontà della famiglia e del padre defunto, laureandosi il 10 ottobre 1928. Dopo essersi laureato entrò come praticante al Corriere della Sera.
La sua fu una carriera giornalistica piena di sfumature, ma che verrà apprezzata soprattutto dopo la sua morte, mediante la pubblicazione di diverse antologie dedicate ai suoi articoli. Piena di sfumature perché per il suo lavoro passò dall’essere corrispondente per il giornale in Africa durante la guerra, alla scrittura di articoli di cronaca nera – settore che preferì – sino ad arrivare a scrivere articoli sportivi riguardanti lo scii l’alpinismo ed il giro d’Italia.
Il giornalismo permise a Dino Buzzati di viaggiare parecchio: nei primi anni Sessanta fu inviato per brevi periodi in Giappone, a New York, in India e a Praga per citare alcuni luoghi nei quali fu inviato.

Ma quale fu la sua arma segreta? Quella che vorrebbero avere tutti gli scrittori o giornalisti: la capacità di trasformare, di rendere unici affascinanti e pieni di pathos dei semplici fatti di cronaca, creando così una sorta di coesione tra l’arte del giornalismo e l’arte stessa.

dino-buzzati-004
Dino Buzzati – I misteri dei condomini (1965)

Parlando della produzione letteraria di Dino Buzzati non si può non citare il suo massimo capolavoro: Il deserto dei Tartari.
Buzzati raccontò che l’idea del libro nacque durante le lunghe notti passate inutilmente nella redazione di un giornale: gli venne l’idea di trasporre questa condizione di attesa in un contesto militare di fantasia e nel luogo dove, per definizione, nulla può accadere
Pubblicato il 9 giugno del 1940, il libro, da considerare caposaldo della letteratura italiana, è un romanzo colmo di struggente intensità e bellezza. Spesso ed erroneamente tralasciato o dimenticato, in quanto consegnato come compito estivo durante il periodo del liceo, questo libro andrebbe letto e riletto continuamente durante le fasi della vita, fino a raggiungere la maturità tale da poterne scovare ogni singolo significato nascosto.
Come gran parte dei libri dello scrittore e come gran parte dei suoi dipinti, le tematiche qui esposte sono inerenti all’angoscia, al destino, al tema dell’attesa, al mistero e alla paura della morte, il tutto collegato da uno stile che vagamente richiama il tema del surrealismo e del fiabesco.

Il deserto dei Tartari è una sorta di allegoria della vita, che è vista come continua attesa, sconfitta e rinuncia: è la rappresentazione scritta del fatto che le aspettative e tutti i bei sogni s’infrangono sulle mura solide della realtà.
Il ritmo della narrazione segue le tematiche del racconto: quando le atmosfere sono di attesa il ritmo è lento ma man mano che il protagonista inizia ad aver consapevolezza di ciò che sta accadendo il ritmo narrativo si velocizza.

La storia narra di Giovanni Drogo, tenente di prima nomina il quale viene mandato nella Fortezza Bastiani. La fortezza è collocata ina zona caratterizzata dall’assenza del tempo e dello spazio. Poco dopo essere giunto alla Fortezza chiede il permesso di andarsene, ma ciò non è possibile: deve attendere almeno quattro mesi, periodo durante il quale comprende in pieno il significato della solitudine, non potendo per altro condividere le proprie angosce con nessuno. Le notti sono rese insopportabili dalle gocce che cadono dalla cisterna, che scandiscono lo scorrere inesorabile del tempo.

A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può.

IldesertodeitartariL’attesa dei Tartari diventa quasi un’ossessione per Giovanni tanto che, anche quando ha la possibilità di andarsene, preferisce continuare a inseguire quello che ormai è diventato lo scopo della sua vita.
La vita alla fine è una continua ricerca di qualcosa ed è una continua attesa nel trovarla. Giovanni Drogo consuma la sua intera esistenza in attesa di un combattimento che non avviene, di una gloria che non arriva

Chi di noi non ha mai sperato di raggiungere qualcosa di effimero, qualcosa come la gloria o il successo? Ma sono la monotonia, la noia ed i piccoli problemi quotidiani che alle volte annientano questi sogni, e la ricerca si tramuta nell’aspettare qualcosa che forse non arriverà mai.

Verso la fine del romanzo Drogo si ammala veramente, di una malattia che lo consuma giorno per giorno e lo rende inabile fino a diventare una larva umana ingombrante, che dovrebbe lasciare la fortezza. Egli tuttavia si oppone. Quando è ormai moribondo accade l’impensabile: i Tartari attaccano. È l’evento tanto atteso, ma è troppo tardi. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione, Drogo non ha forse centrato l’obiettivo della sua esistenza ma ha sconfitto il nemico più grande: non la morte ma la paura di morire.

Ed è cosi che spero tu abbia lasciato questo palcoscenico 45 anni fa Dino, in modo tranquillo e sereno e consapevole di ciò che hai raggiunto, come il tuo eroe.

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.