#1B1W / Far saltare il sistema o esserne parte? “La vita agra” di Bianciardi

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Far saltare il sistema o esserne parte integrante? Entrare in amalgama con una società costantemente in piena trasformazione verso una percepibile deriva di “disvalore” o di semplice sostituzione valoriale o contrariarla, navigare in contrordine? Interrogativi consci o inconsci che – ora come allora – attanagliano chiunque non viva supinamente il suo tempo, proprio come il protagonista de La vita agra ( Universale Economica Feltrinelli, 2019) del giornalista e scrittore Luciano Bianciardi.

In questo romanzo, ambientato negli anni sessanta, il protagonista lascia la sua città per trasferirsi a Milano, in un Paese alle prese con il boom economico e le sue conseguenze umane e sociali che vive sulla sua pelle, con la brama di ripristinare un principio di giustizia in merito a quegli “effetti collaterali” che la stessa provoca, immolando al progresso, il sacrificio di tanti. Il trasferimento, non a caso, è legato al desiderio di vendicare la morte di alcuni minatori in un incidente sul lavoro con l’esplosione di un grattacielo, simbolo non a caso della traduzione architettonica dell’ambizione e dell’innalzamento al dio denaro. C’è di base una grande determinazione, un progetto ben studiato, la voglia di mettere a punto ogni piccolo dettaglio per veder consacrare questa volontà, ma Milano ha bisogno di essere vissuta – proprio anche a tal fine – e per farlo richiede di lavorare.

Così il lavoro, la quotidianità, spingono pian piano il protagonista – giornalista e traduttore – a cercare nuovi lavori che gli consentano di mantenersi e – contemporaneamente – lo allontanano dall’obiettivo iniziale, mentre cerca di non perdersi però del tutto ed entra in contatto con la sezione del partito, la sua “cellula” di cui referente è un coiffeur per cani. Più s’immerge nella vita di tutti i giorni, più cerca di sopravvivere ai suoi principi e più si rende conto che ad ogni scelta compie un nuovo giro di giostra in una società milanese che si proietta sempre un po’ più in là nello sviluppo, con ritmi alquanto sostenuti. Come sfuggirne? Come restare fedeli a se stessi e ai propri ideali e obiettivi? Soprattutto quando – nonostante la moglie e il figliolo lasciati a casa – arriva la “compagna” Anna, che come un uragano entra nel suo presente milanese e lo riporta – attraverso la più pura sessualità – alla felicità e alla primordialità di se stesso.

Non ricorremmo mai, Anna ed io, alle macchine orgoniche. Non ci chiedemmo mai se al momento della ricreazione, l’interno della presentificazione si presentificasse in una nuova presenza, che fosse a sua volta ripresentificabile non nella memoria, ma soltanto in un nuovo atto creativo.

Una sessualità che diventa la chiave di volta per vivere in una piccola casa, appagando gli istinti e cercando di rinunciare ai bisogni che la società comincia più sovente ad imporre, via via che si fa più consumistica. L’uomo di Bianciardi non compra la tv, non compra l’automobile, non va in vacanza come chi fa tanti sacrifici per comprare una bella casa e poi altri per un’auto che li porti via da quella stessa per andare – per l’appunto – in vacanza. Eppure non basta: perchè camminando per la città, anche fermandosi a soccorrere un ubriaco, quando ricade e muore non c’è nessuno che l’aiuti. Sul tram che prendi tutti i giorni, le persone continuano a non conoscersi, nè a riconoscersi. A lavoro, non esisti se non per le “intasatrici industriali” e basta avere una camminata lenta e storta per farti portare in caserma, perchè il tuo fare appare sospetto. Ti invitano a coltivare rapporti umani, tenere relazioni amicali, le cosiddette – e ormai popolarissime – pubblic relation, ma poi alla fine della corsa, dietro il tuo carro funebre, le persone che ti accompagnano, che ti dedicano un ultimo pensiero e saluto, si potrebbero contare sulla punta della dita.

Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.

Allora comprende d’essere solo, più solo di quanto potesse immaginare e allora? Cambiare? Restare convintamente dalla propria parte, aderenti al proprio essere? Per quanto si potrà resistere, se poi involontariamente, rispondendo ad un telefono si attivano vendite porta a porta dai cui contratti sembra impossibile tirarsi fuori? E allora è caos calmo, forse più fuori che dentro, ma non senza ripercussioni. Ed è una scrittura ricca, precisa, alle volte irrequieta ed altre colloquiale, sicuramente implacabile nel viaggio che fa tra i pensieri di un uomo che osserva il cambiamento fuori di sé e cerca di centrare l’essere dentro di sé, senza lasciarsi snaturare, né fagocitare. Ma si sa, è La vita agra.

La riduzione da fine a mezzo, qui e altrove, aliena, integra, disintegra, spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l’incomunicabilità, e così viene fuori l’uomo-massa e la prostituta moderna, nelle sue varie sottospecie di cortigiana, mondana, amante, ganza, mignotta, zoccola, druda, ragazza-squillo, passegiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverona e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine negli stradoni bui di periferia, a notte.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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