Michel Foucault, un archeologo filosofico tra gli orrori

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La storia esercita un potere di condizionamento sui nostri modi di esperienza del mondo, persino i concetti e i discorsi che diamo per scontati sono figli di questo potere. Partita chiusa in partenza quindi? No, finché ci sarà un pensiero abbastanza coraggioso e paziente da rivedere criticamente sé stesso e la propria evoluzione. Questa è l’avventura peculiare della filosofia, che Michel Foucault (15 ottobre 1926 – Parigi, 25 giugno 1984) ha continuamente sottolineato nella sua produzione: smarrire certezze e sapere come sia possibile sapere diversamente.

Dopo una gioventù travagliata, scandita da tentativi di suicidio, abuso di alcol e un complesso rapporto con la propria omosessualità, Foucault ottiene la laurea in filosofia nel 1948 e in psicologia nel 1950. È in questo periodo che approfondisce i testi di Nietzsche e Heidegger. Il primo, in particolare, avrà notevole influenza sul suo progetto genealogico, ovvero ricostruire il cammino storico di temi da sempre problematici, ma che lo storicismo ignorava. Al pari di un’impresa medica, occorre un’anamnesi delle nostre strutture concettuali per diagnosticare ciò su cui intervenire nel presente.

Nel 1961, Foucault affronta l’argomento nella sua tesi di dottorato Storia della follia nell’età classica. Come si sono susseguite le percezioni sociali dell’insensato, agente disturbante della cerchia “normale”? Un’indagine che affonda le sue radici alla fine del Medioevo, con la sparizione della lebbra. Fino ad allora, i lebbrosari furono la sfera fisica oltre che simbolica dell’esclusione. Due scoli dopo, il folle affrontava una sorte simile. Escluso socialmente, ma reintegrato spiritualmente, poiché l’uomo medievale vedeva in lui una rivincita del non senso del mondo sulle pretese della ragione. Coscienza critica e tragica lontana dalle istituzioni pubbliche ma libera di vagabondare su navi ad hoc, che attraversano fiumi e città senza stabilirsi.

Hieronymus Bosch, Nave dei folli (1494 ca.)

Il Rinascimento, con la sua fascinazione per la follia, la introdusse nel campo del linguaggio umano. Da «potenza sorda che fa deflagare il mondo» passò così a componente indissolubile della ragione. Scongiurato il rischio distruttivo, la follia può essere «solidamente ancorata in mezzo alle cose e alle genti. Trattenuta e tenuta ferma. Non più barca, ma ospedale». Si preannuncia l’epoca del grande internamento europeo, che trova nell’Hopital General di Parigi fondato nel 1656 il suo centro gravitazionale. I malati mentali propriamente detti, almeno secondo una visione moderna, si ritrovano confusi con poveri, eretici e criminali. Così come si confondono l’idea di un progresso storico nell’assistenza agli emarginati e la volontà di reprimere la follia nel silenzio, anche con giustificazioni economiche e morali.

L’intento archeologico di Foucault trova un metodo più definito nelle pagine della Nascita della clinica del 1963. L’autore coglie nello sguardo medico il dispositivo per separare corpo e identità del paziente. Il corpo, ridotto a oggetto d’osservazione, rientra così in un’area codificata del sapere e di conseguenza del potere. Quando esso incontra la dimensione della vita, ecco emergere ciò che Foucault definisce biopolitica. Un orizzonte affermatosi grazie al trionfo del capitalismo per plasmare una popolazione governabile. Il potere non è più il diritto di morte invocato dal sovrano, ma è ciò che organizza e garantisce la vita, nel nome di un presunto benessere per tutti. Ma senza un adeguamento alla norma, secondo gli sviluppi delle scienze, l’individuo non può essere meritevole.

Panopticon

La definizione del patologico, l’avvento della previdenza e del microcredito, gli appelli all’eugenetica e alla purezza razziale sono alcuni segnali di una nuova era distopica in grado di modellare bisogni e desideri. Nemmeno il sesso sfugge da questa sfera di potere tremendamente efficace, come spiegato nei 4 volumi della Storia della sessualità. Efficace proprio perché non si esprime col divieto, ma attraverso un sapere costruito.

Sorvegliare e punire è forse l’opera più celebre, che consacra Foucault come pensatore anti-sistema di culto della generazione sessantottina. Si tratta di un’analisi dei meccanismi di controllo sociale nel tempo, passando dal supplizio ( esibito pubblicamente o privato) alla prigione. In questa complessa transizione, il linguaggio della disciplina si impone in modo decisivo.

Storicamente, il processo con cui la borghesia divenne nel corso del diciottesimo secolo la classe politicamente dominante viene mascherato con l’istituzione di una cornice giuridica esplicita, codificata e formalmente egualitaria, resa possibile dall’organizzazione di un regime rappresentativo parlamentare. Ma lo sviluppo e la generalizzazione di meccanismi disciplinari costituirono l’altro lato – quello buio – di tali processi. La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti, egualitari in linea di principio, era sorretta da questi minuscoli, quotidiani, fisici meccanismi, da tutti questi sistemi di micro-potere – essenzialmente non-egualitari ed asimmetrici – che noi chiamiamo discipline

Panopticon 2.0

Ricalcando il Panopticon del filosofo Jeremy Bentham, il carcere rappresenta il nodo più evidente di una rete più ampia di sorveglianti, il che diminuisce il rischio di trasgressione. La costante (anche se irreale) paura di essere osservati serve inoltre a definire i binari da seguire per tutte le carriere disciplinari diffuse nelle scuole, nelle caserme e nelle istituzioni.

Laddove manca un esplicito “no” dell’autorità, resistere e difendere una vita non alienata diventa meno concepibile.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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