Cronaca di una morte annunciata: quella di Hevrin Khalaf, imperdonabile pacifista curda

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Si batteva, da attivista e da leader di partito, per i diritti delle donne, e per la coesistenza pacifica tra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Colpe imperdonabili, entrambe. Nell’ottica di mentalità che fanno dell’odio e delle divisioni, dei conflitti e delle violenze le loro ragion d’essere, la chiave di decodifica della realtà e soprattutto la loro fonte di potere e di reddito. E quindi, era una donna morta che camminava, Hevrin Khalaf, se non altro da quando gli USA hanno lasciato mano libera al fascista Erdogan. In un agguato si è spenta un’altra voce forte, autorevole, intelligente, ragionevole, propositiva, collaborativa. Peccati, peccati imperdonabili. Così muoiono i maiali, sembra che abbiano detto gli eroi che l’anno massacrata, probabilmente violentandola prima e poi lapidandola, in un agguato dove pare abbiano agito milizie mercenarie arabe pro Turchia, la feccia della feccia, terroristi. Un agguato secondo le più pure modalità fasciste/mafiose, in molti armati contro pochi indifesi, la sola condizione in cui costoro esibiscono coraggio. Un’azione non da soldati ma da terroristi, ché lo scopo principe non è tanto la morte dell’avversario quanto la sua umiliazione, e il terrore appunto che si ingenera nella massa che resta. se mai si ingenera, ovvio. Terroristi, appunto. Che hanno fermato la sua auto, hanno crivellato di colpi gli altri occupanti, nove in tutto, e poi hanno infierito su Hevrin Khalaf, come documenta anche un video che gira in rete in queste ore. Lasciandoci, tra le altre, con la responsabilità di farne cronaca e commento. Doveroso. Ma più di sempre sentiamo in questo momento la responsabilità di non strumentalizzare questa morte, questa ennesima cronaca di una morte annunciata, come da molte parti si sta facendo, peraltro. La comunità internazionale sta facendo, ovviamente, una delle cose che le riescono meglio, ossia indignarsi ed auspicare, quasi una sciarada speculare al seek and destroy tanto caro ai guerrafondai. Perché sì, adesso basta: abbiamo lasciato massacrare Hevrin Khalaf, ma adesso basta: che ciò sia lo sparitacque, il segno dal cielo, la paglia che ha spezzato la schiena del cammello, che farà sì che tutto questo orrore abbia termine, infine. Non è così, naturalmente: scriviamo pure l’ennesima cronaca di una morte annunciata, magari qualcuno ne troverà utilità in qualche premio giornalistico, un Pulitzer o che altro, qualche canzone, qualche film, qualche sit-in. Belle vignette per i post sui social, ecco. Qualche altro piccolo effetto collaterale, e poco altro. Solidarietà, certo, e anche sincera, dal basso. Dagli attivisti. Ma Erdogan, gli Erdogan di tutto il mondo, passati presenti e futuri continuano imperterriti; gli uomini nell’ombra e quelli in piena luce, quelli come Erdogan che citano la Germania di Hitler come esempio di Stato democratico continuano a far girare caricatori e denaro, dolore e vite sprecate. Il filo che unisce il tutto, la teoria del tutto della sofferenza endemica alla comunità civilizzata, è veramente rosso: è quello che fa sì che tutte le Hevrin Khalaf di ogni latitudine e tempo vengano immolate con le stesse modalità, lugubremente significative: ché questa non è guerra, non c’è cavalleresca cavalleria, non c’è onore né dignità. Il nemico non va combattuto ma rispettato, queste sono piacevolezze da romanzo. Il nemico, specie se superiore per valore e dignità, va schiacciato, annientato, spersonalizzato: che sia un’attivista curda o un operaio metalmeccanico, una moglie stanca di vessazioni o un bambino che potrebbe (non sia mai) diventare un uomo decente. La guerra, gli eroi omerici non esistono né sono mai esistiti; l’onore va bene per l’Ariosto ed il ciclo carolingio. Via, schiacciare, violentare, sbranare, mutilare, annullare, obliterare. E questa non è guerra, Hevrin Khalaf  non è caduta in un conflitto. Qui non parliamo di guerra: parliamo di genocidio programmato, e di omicidio premeditato nel caso specifico di Hevrin Khalaf. Così è morta Hevrin Khalaf, così ne moriranno tante e tante altre, cappucci rossi e campesiños, un fil rouge che alla lunga trasforma la notizia di Hevrin Khalaf in una statistica, una mera statistica, un elenco da cui ben che vada si estrapola la scusa per l’intitolazione di un premio: perché intanto le cose sono cambiate, ma non perché il sacrificio di tutti questi Falcone e Borsellino, Peppino Impastato e Hevrin Khalaf sia stato il catalizzatore di alcunché. Sono stati scoperti nuovi giacimenti, abbiamo stretto nuove alleanze, nuovi culi su vecchie poltrone, al limite: minuetti di Boccherini, marce funebri per marionette, mentre anche i leader più democratici stringono convintamente la mano ai più feroci dittatori. E noi, noi ci indigniamo e auspichiamo e manifestiamo: e inauguriamo felici il corso di laurea per influencer.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. vfferry dice

    Nell’orrore e nella “banalità del male” quanto l’umanità è lontana da quell’ “Amor che move il sole e le altre stelle” !

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