Di paura il cor compunto – Eugenio Montale e il terrore del nulla

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La vera essenza del reale è il nulla: a questo sembra alludere Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981) nel componimento Forse un mattino andando in un’aria di vetro del 1923. Un pensiero tutt’altro che banale e ben poco rassicurante immaginato dal poeta nel suo manifestarsi durante un mattino d’inverno:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Eugenio Montale nella sua casa a Milano

Sembra un mattino comune, per quanto sinistro; l’atmosfera inquietante è descritta attraverso l’espressione «aria di vetro» e l’aggettivo «arida». «Aria… arida» è una bellissima paronomasia che definisce il clima sgradevole in cui si trova il poeta, caratterizzato da un’aria che si respira a fatica, essendo solida, fatta di vetro. Quest’aria è una trappola – sebbene invisibile – in cui il poeta si trova impaniato. Se l’andare avanti non risulta così agevole, il guardarsi indietro si rivela addirittura terrificante: il poeta scopre infatti il completo nulla, il vuoto, e il suo sgomento nella scoperta è paragonato a un «terrore di ubriaco», ovvero a un panico irrazionale e incoercibile. Il riferimento alla figura dell’ebbro rimanda inevitabilmente a una condizione di sensibilità alterata, che porta l’individuo a percepire la realtà in modi inediti e prodigiosi («vedrò compirsi il miracolo»). È così che la realtà appare trasfigurata nel suo vero aspetto: ovvero, l’inconsistenza del vuoto.

Una fotografia di Igor Morski che illustra le apparenze che circondano l’individuo

La riflessione montaliana sul nulla sembra essere una rivisitazione contemporanea del tema millenario della vanità della vita; è l’Ecclesiaste, libro dell’Antico Testamento, a recitare per ben due volte la celeberrima e controversa frase: «vanitas vanitatum et omnia vanitas», ovvero «vanità delle vanità, tutto è vanità» (Ecclesiaste 1,2; 12,8). Il discorso biblico prosegue con tono altrettanto angosciante: «Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno / per cui fatica sotto il sole? / Una generazione va, una generazione viene / ma la terra resta sempre la stessa» (Ecclesiaste 1, 3-4). Il tono è laconico, e rivela la stessa cruda verità che Montale vuol trasmettere attraverso le sue parole: il non-senso di ciò che è stato, del passato che ci siamo lasciati alle spalleil nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me»).

Dopo la rivelazione, il poeta torna a guardare avanti. E cosa trova? Le forme del quotidiano, placide e quasi banali, «alberi case colli», proiettate come su uno schermo illusorio; esse non esistono veramente, ma sono come dipinte su una parete con la tecnica del trompe l’oeil o, anticipando i tempi, come la realtà virtuale sullo schermo di un computer.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Montale
Claude Monet, The Thames below Westminster, 1871

Il poeta è riuscito a carpire alla realtà la sua verità nulliforme, quotidianamente celata agli sguardi degli uomini grazie ad un abile inganno di forme e colori. Ormai non può più illudersi: ed è così che continua per la sua strada, consapevole, ma silenzioso, senza rivelare la sua scoperta agli altri. Decide di mantenere il segreto, senza svegliare gli altri uomini dal loro sogno ad occhi aperti. Essi non si accorgono dell’inganno poiché, al contrario del poeta, «non si voltano», ovvero, fuor di metafora, non si soffermano mai a considerare il passato, sia quello personale, sia quello dell’umanità; non ne analizzano le dinamiche, quindi non ne colgono i meccanismi fatui. Questo, certamente, risparmia loro la paura, o meglio, il terrore di ritrovarsi improvvisamente intrappolati in un inaspettato nulla.

Una domanda resta: perché Montale ha deciso di non rivelare la verità agli altri? Per capirlo, dobbiamo considerare la prima parola del componimento: «Forse». Tutto l’evento, infatti, è stato solo immaginato dal poeta, che ha voluto descriversi mentre cammina in una folla d’ignari, unico custode della verità, solo nella moltitudine. Anche se l’azione narrata è ipotetica, il pensiero del poeta è concreto, e probabilmente egli sente quotidianamente gravare su di sé il segreto ineffabile del non-senso della vita umana; per liberarsi di questo peso, affida il segreto alla parola poetica, che, attraversando i millenni, conferma il suo ruolo di rivelatrice di verità profonde sul senso (o il non-senso) dell’esistenza.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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