I Grandi Classici – Il giovane Werther, la nascita dell’uomo moderno secondo Goethe

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Se mi domandi com’è la gente qui, devo risponderti: come dappertutto! Il genere umano è una faccenda piuttosto uniforme. I più trascorrono la maggior parte del tempo lavorando per vivere, e quel po’ di libertà che rimane loro li spaventa a tal punto che ricorrono ad ogni mezzo per liberarsene. Oh destino degli uomini!

I dolori del giovane WertherNelle tre righe e spiccioli soprastanti abbiamo di tutto: l’Oscar Wilde di La maggior parte della gente esiste e nulla più, abbiamo Walden, la società dei poeti estinti, le nevrosi del terziario avanzato, Conrad e l’inutilità di esplorare – persino interi continenti, Salinger, la Zumba, lo Spinbike (o quel che è), Giorgio Gaber, i corsi di pasticceria acrobatica, gli animatori dei villaggi vacanze, l’horror vacui, il Morgan Freeman di Seven,  e una caterva di altre istanze.

Da dove provengono le righe suddette, così dense da risultare “pesanti” quanto un elemento iperuranico? La fonte è il capolavoro giovanile di Goethe, quel I dolori del giovane Werther che viene visto (giustamente) come una chiave di volta del Romanticismo, ma del quale supera agilmente le limitazioni temporali per assurgere ad una dimensione atemporale.

Per tornare alla metafora chimico-fisica, ci sovviene il Polonio, quel simpatico elemento radioattivo in grado, la cronaca ci insegna, di causare il dissolvimento organico: su Goethe e Werther è stato detto talmente tanto da torme di critici, artisti e presunti tali (George Eliot ebbe a definire Goethe l’ultimo uomo universale; sul Werther scrisse ed interagì con Goethe persino Napoleone Bonaparte) che sulle edizioni delle opere goethiane andrebbe posto l’avviso che può causare il dissolvimento del critico imprudente. Pertanto, dall’alto della nostra immensa modestia, non tenteremo neppure una disamina critica propriamente detta, limitandoci con supremo rispetto a sottolineare alcuni aspetti della sorprendente modernità di Werther.

Certo, va detto che l’opera è intrisa di spirito romantico , tanto che quel Viandante sopra il mare di Nebbia di Caspar David Friedrich, spesso usato come copertina nelle varie edizioni dell’opera, potrebbe in effetti essere il giovane Werther, e del resto essendo il romanzo del 1774 ed il quadro realizzato nel 1818 da un pittore esponente del Romanticismo, possiamo escludere che Friedrich non avesse letto il Werther, e lecitamente ipotizzare che ne sia stato probabilmente influenzato.

Ancora, dalla pur prorompente modernità goethiana, possiamo escludere la struttura del romanzo, tipicamente (e, per il lettore odierno, micidialmente) epistolare, che consente all’autore di incentrare l’intera struttura narrativa sul protagonista, evitando nel contempo l’incombenza di qualsivoglia descrizione fisica. Dal punto di vista delle descrizioni invece, trova purtroppo largo spazio quella della Natura, vera e propria protagonista del Romanticismo nel senso più movimentista e meno originale, secondo una visione panteistica da un lato, e di improbabile corrispondenza tra natura e animo dell’uomo (sentitamente, del protagonista) dall’altro.

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Una scena del film “Goethe!” (2010)

Ci sia consentito sorvolare, planare quasi, sulla tematica dell’Amore, che ovviamente è protagonista assoluto (in fondo, il Werther è un romanzo d’amore, su una passione non – completamente – corrisposta e che termina col suicidio del protagonista. Evidentemente, questo amore è un sentimento prorompente fino a diventare la forza preponderante dell’Uomo e nell’Uomo (e della Natura/nella Natura), ma non aggiunge granché a quello che non è il tema principale dell’opera e che ne garantisce nel contempo la modernità e una attualità indissolubile nel tempo, ossia una indagine filosofica sulla natura umana che travalica il romanticismo letterario.

«Le pene degli uomini sarebbero minori se essi non si accanissero a rievocare con la forza dell’immaginazione il male passato, piuttosto che accettare un tranquillo presente», filosofeggia fin dal principio Werther, che poco dopo sociologheggia «la gente di una certa condizione manterrà sempre una fredda distanza dai popolani… ci sono poi i frivoli o perfidi burloni che fingono di abbassarsi alla povera gente solo per far sentire ancora di più la loro superbia». Ecco, il tema della distanza sociale, della ribellione alle convenzioni, allo status quo e alle scalate sociali è l’argomento esplicito del Werther che lo rende sorprendente anche al lettore casuale d’oggi; e lo rende nel contempo un castigatore di costumi miserandi e ambizioni vane: «…vagano su questa terra brancolando, e che come quelli (i bambini) non sappiano da dove vengono né dove vanno, che anche loro non agiscano in funzione di veri obiettivi e si lascino governare con biscotti, dolci e colpi di bacchetta è un fatto cui nessuno vuole credere, mentre a me sembra che si tocchi con mano».

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Viandante sopra il mare di Nebbia

Mi è capitato di conoscere un ingegnere (tutti noi facciamo brutti incontri, prima o poi) e di sentirlo sostenere che “l’ingegnere è superiore al filosofo, perché di fronte ad un problema il primo conclude, mentre il secondo non conclude mai”. Ogni considerazione rimossa sul “concludere”, la mia personale opinione è che così come il mondo non è stato rovinato dalle persone con i tatuaggi ma da quelle in giacca e cravatta firmata, così un ingegnere sia assai più pericoloso di un filosofo. Il risvolto quasi comico, per il sottoscritto, della faccenda è che l’ingegnere in questione è di origine greca; quello relativo al Werther invece è «ma stanno bene anche quelli che definiscono con nomi altisonanti le loro miserabili occupazioni o addirittura le loro passioni, e le mettono in conto al genere umano come grandi imprese utili alla sua salvezza e prosperità», sistemando così in un colpo tronisti, p.r., fashion blogger, Carlo Cracco et similia,  ingegneri compresi.

Avete la sensazione di vivere un qual certo appiattimento culturale, di un livellamento verso il basso di natura defilippica, di una massificazione guidata da regole biecamente conformiste e generate solo dalla logica del profitto?

Molto poco si può dire a favore delle regole, cioè quello che pressappoco si può dire a lode della società borghese. Un artista che si formi sulle regole non produrrà mai nulla di brutto o scadente, così come uno che si lasci modellare dalle leggi e dal decoro non diventerà mai un vicino insopportabile o un vero mascalzone; tuttavia ogni regola, checché se ne dica, distruggerà l’autentico sentimento e la sua autentica espressione!

Va detto, che talvolta qualche regola non farebbe poi male, almeno per quanto riguarda i miei vicini.

Il tutto, contenuto in poco più dell’incipit dell’opera: come non avere la sensazione, ingegneristica a parte, che in Goethe sia contenuto tutto lo scibile umano e l’Uomo Moderno, oltre che Universale? Magari notando a margine che, all’epoca dell’uscita del Werther, Goethe aveva 25 anni?

Da qui, l’importanza di leggere Goethe, questo Goethe di Werther e anche il resto, ove possibile: per ritrovarci riflesso allo specchio quel malessere interiore che ci attanaglia, per cui fuggiamo nei nostri Puerto Escondido personali, nei resort a Bora-Bora, seguendo religioni esotiche/esoteriche o aprendo bar a Tenerife; e che pensiamo tipico della nostra forma sociale disumana e disumanizzante.

Invece arriva l’Uomo-Ulisse Universale, e ci spiega quello che pensiamo e sentiamo: «questo mio desiderio di cambiare non è forse un’insofferenza interiore che mi perseguiterà ovunque io vada?»

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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