“La città incantata” di Miyazaki: perdersi non è mai stato così bello

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La sensazione della perdita generalmente è associata a qualcosa di negativo. Si smarriscono oggetti, si perde il senso della realtà, la coscienza viene meno e i vuoti di memoria indicano un trauma o qualcosa di annesso. Ebbene, talvolta perdersi rivela delle grandi sorprese, come insegna il maestro d’animazione giapponese Hayao Miyazaki. Basta affidarsi alle musiche di Joe Hisaishi per comprendere quanto alle volte lasciarsi andare, abbandonando momentaneamente la consapevolezza di sè, non sia affatto un male. Si chiudono gli occhi e si ascolta la musica. Compaiono rumori bianchi, una stazione, del mare tutt’attorno, un’isola all’orizzonte di un tramonto rosato, la passione per un ragazzo dispersa in ogni angolo del paesaggio, dai riflessi delle luci nate la mattina a quelle che dolcemente si stanno abbandonando dietro l’ombra della notte imminente. 

La città incantata è uno dei più grandi film d’animazione mai realizzati e potrebbe essere meglio di qualsiasi film Disney che abbia mai visto. Mi ha influenzato profondamente. (Steven Spielberg)

Allo Studio Ghibli (che in giapponese si pronuncia “Gibuli”) presso Mitaka, appena fuori Tokyo, è possibile ripercorrere fin dalla genesi le opere ideate e dirette dal Miyazaki. Un balenìo di colori, una marea di personaggi, nessuno lasciato al caso quanto piuttosto curato nei dettagli. La città incantata, del 2003, è una delle pellicole più celebri del maestro, indubbiamente sia per le scene da Oscar sia per il messaggio che lancia. Differentemente dai film occidentali in cui la morale è più facilmente comprensibile, nelle pellicole del Sol Levante è più arduo tirare le fila del discorso, proprio perchè raramente vi è un’unica soluzione finale, e dunque difficilmente emerge un consiglio univoco.

Entriamo, voglio vedere che c’è dall’altra parte

E’ l’inizio, i muri sono diroccati, il fruscio del vento s’appropria di voce propria facendo capolino da qualche finestra rotta, sussurrando dei vagheggi indistinti alla vernice scrostata, mentre le sterpaglie crescono indomite occupando ogni spazio disponibile.

E’ l’esordio de La città incantata, e forse i protagonisti sono giunti lì per volere del fato, o che lo si voglia chiamare filo rosso o musubi (come fa Makoto Shinkai, altro grande regista giapponese, autore tra gli altri del capolavoro Your name) fa poca differenza.L’approdo metafisico presenta un cielo sereno, il sole annuncia una giornata in cui colori sono nitidi grazie al vento. C’è profumo di antico e un richiamo d’abbandono: è semplicemente un inizio, questo si percepisce, ma non si sa di cosa.

La protagonista Chihiro finirà per perdere qualunque cosa conosca per davvero: isolata in una città che non conosce, al cospetto di abitanti bizzarri che disdegnano ogni qualità degli umani, sarà costretta ad adattarsi e a lavorare per sopravvivere. Eppure, proprio nelle avversità, Chihiro si renderà conto che questo non è che un primo sguardo sulla realtà. Lo smarrimento è parte integrante del cambiamento, che per definizione crea sempre, senza eccezioni, uno sconvolgimento. Occorre del tempo affinchè il corpo e la mente si abituino, ambientandosi e sfoggiando una più o meno grande resilienza. Ciò che risulta innovativo, in Miyazaki, è che capita di perdersi non solo all’inizio ma anche alla fine del percorso: come un’avventura inizia, altrettanto improvvisamente finisce. E, a differenza delle morali dei film occidentali, il protagonista non per forza esce “felice e contento” dalla storia, ma acquista delle consapevolezze che lo renderanno fragile per sempre.

Riscoprirsi sensibile alla natura, ai respiri dei luoghi e all’inconscio che vi dimora, ascoltare il fruscio dell’erba e immedesimarsi nei riflessi immaginari, o meno, di una città incantata, rimarranno per sempre parte di una mente vagabonda che ha incontrato lo smarrimento e dallo smarrimento è uscita. Forse per sempre, o magari no, dipenderà da lei.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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