Le luci: un impero di presenze eterne, da Magritte a Hopper

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(Vincent van Gogh, “Terrace Cafe”, 1888)

Luci su un tavolino di legno in mezzo a un salotto d’estate, con i rigagnoli umorali che si disperdono sul tessuto del copridivano turchese: così descrive Nabokov in Parla, o ricordo una memoria d’infanzia, un frammento indelebile che le tracce mnestiche hanno salvato, e salvaguardato, avvalendosi anche dei dettagli luminosi. Ma cosa significa letteralmente il termine “luce”?: «La radiazione elettromagnetica con lunghezza d’onda compresa tra circa 400 e 800 nm ( radiazione visibile ), percepibile dall’occhio umano e trasformata dal cervello in sensazioni visive», così sentenzia il vocabolario. Poco più sotto, però, ricorre la descrizione figurata del termine, che risulta assai più intrigante:

In quanto presupposto di visibilità, il termine può indicare condizione, oggettiva o soggettiva, di interpretazione

Interpretazione, dunque, come un’epifania che preannuncia e proclama intuizioni, novità, idee, e al contempo un lampo di chiarezza su un sipario buio.

  • Caravaggio
(Caravaggio, “Canestra di frutta”, detail, 1599)

Le luci sono presenze costanti, fungono da scandagliatrici intente a filare il sipario che separa il giorno dalla notte, con uno strappo quando i ritmi circadiani sentenziano che è arrivata l’ora della buonanotte. Luci e ombre. mattini e sere, giorni e notti, dettagli policromi spiati all’ombra delle ore: Caravaggio nè è stato un acuto ritrattista, imprimendo su tela l’alternarsi dei riflessi pomeridiani sulla Canestra di frutta (1599); i chiaroscuri tinteggiano la buccia violacea dell’uva, e contornano dolcemente il rossore di una mela ormai bacata, per poi arabescare di un giallo chartreuse le forme tondeggianti di una pera, imperlata da una goccia d’acqua. E poi Edward Hopper, che esemplifica l’impresa della sua Arte con queste parole:

Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa (Edward Hopper)

  • Edward Hopper
(Edward Hopper, “Evening at Cape Cod”, detail, 1888)

Del resto è evidente: anche l’artista americano Edward Hopper è un fedele ritrattista delle ombre e delle sue variazioni in funzione dell’ora. Le vibrazioni delle luci originano dei pallidi soli annunciatori di mattine, soli che si fanno più vivi e caldi sul far del meriggio, per poi tingersi del colore dell’uva in cui giungono i purpurei tramonti, e infine si disvelano in un turchese addormentato, ormai quasi blu, sopra i sognatori addormentati, magari al Terrace Cafe (1888) di Vincent van Gogh. Edward Hopper scrutò l’evolversi delle luci e, ça va sans dire, diede vita alle luci silenti regalandogli una tela. Più che eloquenti sono i cieli foschi e bluastri di luci roboanti in procinto di sentenziare pioggia in Sera a Cape Cod (1939) e rivelatrici sono le luci rossastre che circondano i singhiozzi nebbiosi della donna protagonista di New York Movie (1939). Una Lettrice in treno (1965) abbandona qualche partenza e si dirige chissà dove, sul fare delle luci birichine che la inseguono su un background dorato e rosso.

Non dovremmo aver paura della luce del sole solo per il fatto che, quasi sempre, illumina un mondo miserabile (Renè Magritte)

  • Renè Magritte
(Renè Magritte, “L’impero delle luci”, 1953-54)

Cantore della notte e delle sue muse, sognatore atipico in quanto spietato osservatore della realtà e delle sue bizzarre distorsioni, Renè Magritte presenta al mondo la sua compagna nera fumè, la notte, che ne L’impero delle luci  (1953-54) è la protagonista. L’addio al crepuscolo, l’abbraccio tenero o inquietante della sera, una rapida occhiata intorno, qualcuno lancia un’invocazione alle vecchie paure del buio addormenta nell’inconscio mentre altri fantasticano su cosa la notte porterà. Un gatto spalanca gli occhi e sbadiglia, magari spaventa i bambini o forse no, ma come lo Stregatto di Alice non si può nemmeno scorgerlo senza un barlume di luce. Magritte propone una casa, una dimora col tetto nero, come nero è il cappello tipico delle figure magrittiane. Il lampione è già illuminato, un po’ come le strade indovinate da Sartre nei suoi pellegrinaggi in La nausea, e lascia libere la menti di giocare con le luci, che nel cielo lassù conversano ancora di un dì sul finire.

Le luci scoppiettano d’azione, fradiciandosi di rosso sulle ruote panoramiche di un luna park di Stephen King, mentre quelle traballanti si fanno piroette bluastre sulle note di Singing in the rain. E’ un attimo, ed è già notte, ma è pur sempre ancora oggi.

E’ un istante ballerino che gioca con un inizio e ne propone un altro, eppure siamo talmente abituati al passaggio dal giorno alla notte e dal sonno alla veglia che questa rêverie ci pare normale. E forse è così, è normale, proprio come la definizione oggettiva di “luce” nel vocabolario, ma allora perchè restiamo sempre stupiti, e in cuor lieti, quando assistiamo all’ennesimo tramonto sui tetti del mondo, nonostante quelle stesse luci siano già state incontrate più e più volte nel corso delle numerose passate 24h della nostra vita?

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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