Banksy, nuovo colpo a Londra: Gross Domestic Product, qual è la verità?

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Banksy denuncia un’azienda per plagio, e coi soldi raccolti vorrebbe finanziare la costruzione di una nuova nave Ong, mentre l’azienda risponde così :«non fatevi ingannare dalla sua storia strappalacrime sull’acquisto di una nave per i migranti. Se avesse davvero voluto farlo l’avrebbe comprata ad agosto, quando la nave era stata posta sotto sequestro».

L’interno del “Gross Domestic Product”, che non si può visitare

Come sempre, è l’ambiguità a regnare sovrana in queste notizie, e non è mai facile comprendere dove si trovi la verità, tra il reale bisogno di giustizia e il cavalcare l’onda per far parlare di sè. Certo Banksy non avrebbe bisogno di notorietà, ma è peculiare come in numerose occasioni negli ultimi tempi sia sempre comparso tramite “altri”, senza mai rivelare la propria identità. Strategia (ottima) di marketing o identità artistica degna di grande originalità? Magari entrambe. Solo pochi mesi fa c’è stato il caso di Venezia: la notte di venerdì 10 maggio, su una facciata adiacente a campo Santa Margherita, in prossimità del ponte San Pantalon, è comparso un graffito raffigurante un bambino con indosso un giubbotto salvagente e un lanciarazzi violaceo impugnato nella mano destra (per approfondimento leggi qui).

Ora, invece, Banksy “riappare” a Londra, nella zona di Croydon: qui, il writer ha aperto uno showroom, chiamato Gross Domestic Product (che significa “prodotto interno lordo”) dove sono esposte delle opere, che però non si possono nè visitare nè compare, operazioni possibile unicamente online. Come mai, dunque, controintuitivamente aprire un negozio in cui non si possa procedere con l’acquisto di nulla? Per fini meramente commerciali, ossia per rispondere a una casa di produzione di gadget e merchandising, la Full Color Black, accusata da Banksy di voler utilizzare le sue opere per i biglietti d’auguri.

Una società di biglietti d’auguri sta tentando di impugnare i diritti che detengo per la mia arte e sta tentando di utilizzare il mio nome in modo che possano vendere legalmente la loro finta merce firmata Banksy (Banksy)

Questo quanto dichiarato da Banksy. Ma qual è il nesso tra l’apertura dello showroom e il presunto plagio? Il seguente: secondo quanto previsto dalle leggi dell’Unione Europea, se un brand non viene utilizzato per scopi commerciali per più di un lasso di tempo, automaticamente altre società possono appropriarsene legittimamente, per pubblicità o qualsivoglia attività commerciale. Pertanto, col fine di evitare che il marchio Banksy venisse utilizzato dalla casa di produzione di gadget, l’artista ha realizzato ad hoc un negozio per salvaguardare il proprio nome. Full Color Black non si ritrova d’accordo, e sostiene di «aver scritto molte volte a Banksy, al suo team e ai suoi avvocati sin dal 2010 per dire che vorremmo versargli le royalties” (tributo da versare all’autore di un marchio qualora si volesse usufruire il brand per finalità commerciali).

Dunque sarebbe stata d’accordo sull’acquisto del marchio per fini commerciali, e non avrebbe agito di nascosto col fine di appropriarsi di soppiatto del brand Banksy. Inoltre, Full Color Black sostiene:

Banksy non mette mai nulla a disposizione dei suoi fan. Adoriamo tutti i suoi graffiti. Non vuole che tu le possieda e spera di indurti a pensare che noi stiamo colpendo i suoi affari. Ma non è così. Non infrangiamo il diritto d’autore. Non usiamo il suo marchio o il suo nome d’arte. Facciamo cartoline e biglietti che raffigurano le fotografie delle opere pubbliche di Banksy: questo è legittimo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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