Die Brücke: l’Espressionismo e Freud, testimoni del disagio della civiltà

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(Ernst Ludwig Kirchner, “Cinque donne sulla strada”, 1913)

Camminare per una strada e avvertire gli occhi su di sè, è notte e di lontano si scorgono con la coda dell’occhio delle luci. Brillano, di vita artificiale, e accompagnano i passi uno dopo l’altro. Tante donne imbellettate sono avvolte in identici e preconfezionati abiti scuri, di quel blu fidelizzato con la notte marcia, quella che accetta e tace lo stato attuale delle cose, mentre uno scialle color cremisi attorciglia il collo, in apparenza per arricchirlo di nobiltà ma in realtà intento a strozzarne le tacite opinioni. Manca quasi il respiro, mentre si osservano Cinque donne nella strada (1913) di Ernst Ludwig Kirchner: il giallo chartreuse sullo sfondo è una macchia di colore pallida e morente lanciata sulla tela, appositamente senza linearità o regole di accademismo. Omini schivi, donne di cortesia inquadrate in abiti privati di qualunque identità, sguardi circospetti persi nel vuoto, occhiate troncate dalla cornice che spezza la scena: questo è l’Espressionismo tedesco, questo è il Die Brücke:

(…) come giovani portatori del futuro intendiamo conquistare la libertà di operare e vivere opponendoci ai vecchi poteri costituiti. E’ dei nostri chiunque renda con spontaneità e sincerità ciò che lo spinge a creare (1906, volantino diffuso dagli esponenti del Die Brücke)

Erich Heckel, “Senza titolo”

Eric Heckel, Ernst Ludwig Kirchner, Klarl Schmidt-Rottluff, a cui si uniranno Emil Nolde e Otto Muller, diedero vita a quel “Ponte” che, all’inizio del ‘900, si fece portavoce di significati ben precisi. Le metropoli andavano a formarsi, come concetto e realtà, in tutta Europa, inglobando entro le proprie regole un dinamismo mai visto prima. Pochi anni dopo la nascita del Die Brücke, nel 1929 Sigmund Freud scriverà Il disagio della civiltà, dove in una sola frase legittimerà, in sintesi, la genesi dell’Espressionismo:

L’uomo tende a sacrificare la felicità per un po’ di sicurezza (Sigmund Freud, “Il disagio della civiltà”, 1929)

Nel piccolo della storia di ognuno, fin dall’infanzia ci ritroviamo a introiettare, senza saperlo, dei desideri indicibili (come ad esempio l’attrazione per il genitore di sesso opposto) e al contempo le pulsioni insoddisfatte che vorremmo realizzate nel qui ed ora. Il narcisismo infantile, spiega Freud, insieme al delirio di onnipotenza vengono pertanto momentaneamente nascosti, al fine di mantenere l’attenzione e la cura derivanti dall’esterno necessari per la sopravvivenza.  Facendo questo, adattandosi al principio di realtà per garantirsi sicurezza, si sopprimono le pulsioni legate al Piacere, che nel corso della vita riemergeranno più e più volte in forme eterogenee.

(Ludwig Meidner, “Io e la città”, 1913)

Freud, inoltre, sostiene che anche la civiltà ha subito il medesimo percorso. In preda alle pulsioni del principio del piacere, l’uomo si ritrovò troppo esposto agli agenti di rischio esterni (predatori ecc). Dunque, al fine di sopravvivere, decise di formare dei gruppi che poi si organizzarono in villaggi, che oggi sono infine divenuti grandi metropoli. L’obiettivo di questo aggregarsi, sostiene Freud, è l’ottenimento di regole comuni e forme di punizioni per chi trasgredisce, al fine di ottenere sicurezza. Il prezzo da pagare, però, è il medesimo che paga il bambino che si ritrova a dover sopprimere il principio di onnipotenza: dovendo dipendere dagli altri e non solo da se stesso, e dovendo rendere conto anche dei propri comportamenti, non potrà mai essere felice. Sicurezza e felicità non sono sinonimi, e nella società è già tanto se si riesce a trovare la prima. 

(Ernst Ludwig Kirchner, “Potzdamer Platz”, 1914)

E dunque, il Die Brücke racconta questo abbraccio d’acciaio, ovvero la sicurezza, che le metropoli offrono. Un lavoro, tante opportunità, ma allora perchè i protagonisti dai volti persi e il passo sgambettante per chissà dove di  Potzdamer Platz (Kirchner, 1914) non sono felici? Persino la disposizione architettonica degli edifici è sghemba, pare ideata da un folle di passaggio: pezzi rossi, rotonde grigiastre e il sopra citato giallo chartreuse dominano uno scenario da traballante delirio. D’onnipotenza, forse, che racchiuso nell’inconscio osserva il mondo con queste tinte fosche e inquietanti.

(Ernst Ludwig Kirchner, “Nollendorf Platz”, 1912)

Chi vive in queste metropoli ha figure scarne, volti disadorni di tocchi gentili, ha coloriti uccisi da un pallore giallognolo ed è magro, magro da spavento come solo i sofferenti che non riescono più a dormire nelle notti d’agosto in preda alle febbri riescono ad essere. Così è lo sguardo chiuso in un grugno di Ludwig Meidner in Io e la città (1913) che non riesce a stare al passo col frastuono, le tinte caleidoscopiche e roboanti, il marrone dei fumi nerastri il cielo ormai ingombro di nubi color pece sopra Berlino.

E’ la città è quel che fa agli uomini e alle libertà primordiali, è il convergere di uomini-pedine identici tra di loro, puntini neri nel giallo di benpensanti case e mezzi che scorrazzano in Nollendorf Platz (Kirchner, 1912). E’ lo smarrimento, è la voglia di raggiungere i paradisi esotici di Paul Gauguin nell’oasi di Pont-Aven. E’ l’estraniamento, signori, di chiunque s’avverta fuori luogo camminando per qualunque strada del mondo. 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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