«Il bel paese dove il sì suona»: la lingua italiana e il campanilismo

0 1.290

«Il bel paese dove il sì suona»: così definiva Dante l’Italia, a partire da quell’unico e dolcissimo suono dell’affermazione, un’affermazione che diventa identità e appartenenza, quella italiana. In tempi in cui la lingua italiana e la di lei consapevolezza versano in gravissime, se non disperate, condizioni, è interessante riflettere su quali siano (o siano stati) i fasti dell’italiano. Fisiologicamente, la storia ci spinge a pensare in maniera retrospettiva e a prendere  come oggetto di riflessione sulla lingua italiana, altrettanto naturalmente,  Dante Alighieri, le Prose della volgar lingua del Bembo, Manzoni e  l’odiato tomo di grammatica. A parte la naturale tendenza della prospettiva storica, vi è anche un piccolo vizio italiano, ovvero quel vizio di essere sempre troppo prescrittivi. La linguistica da molto tempo ormai ha segnato un grande spartiacque fra i due approcci che hanno dominato lo studio della grammatica per secoli. La linguistica e, di conseguenza, la grammatica devono prescrivere una norma o descrivere il reale andamento di una lingua, il suo naturale fluire? Essendo le lingue (quasi tutte) per definizione e categoria naturali, sembrerebbe piuttosto ovvio optare per la seconda. Invece no, per molto tempo lo studio della lingua è stato dominato da un’impronta normativista, diciamo, ovvero come un insieme di leggi da custodire e far rispettare. Da qui la domanda fondamentale: pertanto, gli utenti della lingua, termine tanto sterile quanto comune ormai nel settore, usano la lingua o ne sono controllati, essendo soggetti a tante regole ostiche come in un codice penale? E a giudicare dalla debordante quantità di indignazione cui sono soggetti i poveri malcapitati che incorrono in un errore grammaticale sarebbe veramente opportuno parlare di processi linguistici. Un grande linguistica, Raffaele Simone afferma che «la linguistica che le storie raccontano è per lo più una disciplina astratta, distante da ogni preoccupazione mondana e civile» e ingiustamente, mi affretto ad aggiungere, perché la lingua permea ogni ambito della vita umana non solo quella relazionale tra individui ma anche quella relazionale fra nazioni, fra percezioni del sé e del reale; per questo la linguistica è corsa ai riparti con il provvidenziale apporto della geopolitica delle lingue. Essa non fa parte delle politiche linguistiche né è una distorsione della geografia linguistica, la geopolitica delle lingue è una prospettiva linguistica che guarda alle iterazioni fra sistemi linguistici e alle risultanze di tali iterazioni, spesso conflittuali.

Cartelli stradali in Trentino Alto-Adige

Un esempio da manuale è la rivalità linguistica tra lingua ucraina e lingua russa, dove l’imposizione della lingua russa viene letta non solo come atto di supremazia linguistica ma politica, culturale e ideologica.

Essa può essere utile ai fini di quella riflessione sulla nostra lingua così necessaria. Infatti, i sistemi linguistici ricadono nella categoria di quegli armamenti afferenti al soft power di una nazione, concetto espresso nell’indovinata traduzione di Silvio Mignano, ambasciatore italiano in Venezuela, di “potere gentile”. La lingua è davvero un potere gentile, non prorompente e dilaniante come un missile nucleare ma se sapientemente usato, può essere molto efficace ai fini di cementare (o distruggere) i rapporti tra le nazioni. Le rivalità linguistiche dell’italiano sono particolarmente evidenti alle frontiere, in modo particolare in Alto Adige. Chiunque abbia visitato questo luogo può ben notare come l’affermazione identitaria e di appartenenza nazionale passi per l’uso del tedesco piuttosto che della lingua italiana. Qualunque italiano a sud di Trento si può sentire offeso e triste di questo rifiuto linguistico che è un rifiuto politico, un rifiuto storico, un rifiuto culturale. La diffusione della lingua tedesca in Alto Adige ha facilitato e facilita i rapporti di quella zona di frontiera con l’Austria politicamente e amministrativamente. Basti pensare alla proposta del doppio passaporto: guadagnano loro un cittadino o ne perdiamo noi uno?

La storia della lingua italiana anche contemporanea non è una storia che si riduce e si esaurisce a una lunga e triste colonna di strafalcioni linguistici e negligenze congiuntivali. Sarebbe auspicabile che di fronte alla lingua italiana, ma alle lingue in generale, ci fosse un po’ di umiltà perché se è vero che tutti parliamo non è altrettanto vero che tutti capiamo di lingua e di linguistica ma soprattutto sarebbe auspicabile una reale consapevolezza di quale incredibile e mirabile patrimonio sia la nostra lingua italiana che va difeso e non usato per attaccare che va amato nelle sue irregolarità e nelle sue regole, dopotutto, la lingua italiana è qualcosa che fa dell’eccezione una norma.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.