Il guardiano della collina dei ciliegi, quando il Giappone incontra il romanzo italiano il risultato è un capolavoro

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«Ognuno di noi ha un’altra persona o una divinità a cui deve comunque rendere conto. Io dovevo portare rispetto ai ciliegi yamazakura. Perché erano sacri ed io ero il loro custode. E custodire era un lavoro molto importante, perché implicava responsabilità, dedizione e cure». Non è mai facile, per uno scrittore, immedesimarsi in un’alterità, al punto da risultare credibile: calarsi in un tempo storicamente lontano, cambiare la propria identità di genere, o immergersi nelle profondità di una cultura tanto diversa e distante da risultare aliena. Come quella giapponese rispetto all’Occidente. Eppure, tra le altre cose, è quelle che riesce a Franco Faggiani, come quel gioiello calligrafico che è Il guardiano della collina dei ciliegi, in uscita in questi giorni per mano e stampa di Fazi Editore.

Calligrafico perché Il guardiano della collina dei ciliegi ha la lievità degli ideogrammi dipinti a pennello su carta di riso. Tanto più che le tematiche che affronta passano quasi inosservate in mezzo a tanta poesia: i fondamenti della cultura giapponese, così come giunge a noi in modo prevalentemente stereotipato, quali onore e rispetto, sono declinati in modo aderente alla realtà, ma hanno diversi livelli di lettura. Come la nostra citazione di apertura, la cui valenza può essere espansa fino a comprendere un’intera visione sociopolitica, e persino una visione umanistica delle relazioni interpersonali nel senso più generale del termine.

Il guardiano della collina dei ciliegi è forse il romanzo più vivido sul Giappone scritto da un non giapponese che ci sia mai capitato di leggere: basato in parte su una storia vera, quella di Shizo Kanakuri, che nel 1912 corse per la sua nazione la maratona alle Olimpiadi di Stoccolma. E che scomparve durante la corsa, senza lasciare traccia. Su questa base, Faggiani costruisce una storia di fantasia che lo porta a toccare il tema delle relazioni familiari, delle aspettative, della resa dei conti con sé stessi, e Il guardiano della collina dei ciliegi può a buon titolo essere definito, tra le altre cose, un romanzo di formazione (oltre, in parte, un romanzo di viaggio, ed è appena il caso di notare quanto spesso le due cose coincidano). Una formazione straordinaria, come è insito in questo fondamentale genere narrativo, ché la “formazione” in letteratura può andare dalle poche ore di Salinger agli oltre 54 anni (come scopre il lettore de Il guardiano della collina dei ciliegi) di Faggiano. E di Shizo Kanakuri.

Shizo Kanakuri a Stoccolma e nel 1967

«Ero sempre dell’idea che la corsa non fosse un motivo per competere con gli altri ma con me stesso… la corsa toglie di dosso tutto quello che è superfluo, mette a nudo, evidenzia quello che si è capaci di fare in ogni momento in cui un passo sopravanza l’altro. La corsa è crudele, non offre protezione». Come invece offrono il silenzio e la natura, che sono altri due grandi protagonisti di Il guardiano della collina dei ciliegi: «Anche un uomo impassibile a ogni cosa si commuove ascoltando il primo vento dell’autunno» dice Kanakuri-san, citando una poesia del XII secolo.

Con una scrittura limpida, un’aggettivazione importante e variegata ed una complessità che non è mai soltanto strutturale bensì sempre sostanziale, Faggiani riesce ad affrontare in modo non banale anche il rapporto dell’uomo con la natura, e la modificazione dello stesso nel corso degli anni (quindi della sensibilità ecologica), dovuto all’industrializzazione e all’apertura, deleteria, del Giappone al mondo ed ai modi occidentali – si ritrova qualcosa del Elzéard Bouffier di Jean Giono, nel Guardiano della collina dei ciliegi. E soprattutto riesce a svolgere in modo non banale e non stereotipato il tema connesso (e connaturato alla cultura giapponese) a quello della formazione, ossia l’espiazione (declinata assai diversamente da Ian McEwan, va detto), che alla prima va di pari passo.

L’autore, Franco Faggiani

Con Il guardiano della collina dei ciliegi, Franco Faggiani conferma quindi tutte le qualità che aveva messo in campo nel romanzo precedente, La manutenzione dei sensi, e ci consente di godere anche di un senso dell’ironia lieve ma imprescindibile, connessa del resto alla fine della storia storia (quella vera) di Shizo Kanakuri ma che non era semplicissimo cogliere né trasporre su pagina. Ma d’altra parte, un’ironia ben più pesante e castigatrice aleggia all’inizio, poiché le Olimpiadi vengono – giustamente – dipinte per quello che sono, ossia sin dall’inizio dell’era moderna come un’occasione di scambio di favori politici, movimento di danaro, tessitura di relazioni di potere tra Stati e faccendieri di natura assortita. Uno scenario nel quale gli atleti, e le loro fatiche, contano nulla, o solo quel poco da costituire l’occasione per una kermesse che ha ben altri scopi rispetto a quelli palesi: «sei stato, come tutti i tuoi compagni, solo un riempitivo tra due ricevimenti. Non lo hai ancora capito? Conta più una riunione tra ambasciatori e generali, tra nobili e ricchi che una corsa di persone sconosciute e miserabili che si spingono, sudano, cadono, vomitano. Tu, amico, per il Giappone e per la Svezia sei meno di un’argina essiccata tra milioni di aringhe appese al sole».

Del resto, abbiamo trovato un ulteriore fil rouge ne La manutenzione dei sensi, che parte dal concetto di formazione e lega Faggiani a Salinger, perché anche questo è un libro del quale, alla fine, si vorrebbe conoscere l’autore ed essergli amico, per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che si vuole: anche un uomo impassibile a ogni cosa, infatti si dovrebbe commuovere leggendo la storia di Shizo Kanakuri e de Il guardiano della collina dei ciliegi.

Naturalmente, l’albero di ciliegio è sacro, in Giappone. Tanto che

Fino a quel momento essere sepolti ai piedi di un ciliegio era stato un onore riservato soltanto ai samurai.

Chi vi venga sepolto, in Il guardiano della collina dei ciliegi, lo scopra il lettore.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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