Giorgio de Chirico e la metafisica dei manichini sognatori intimiditi nel meriggio

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Giorgio de Chirico, “Il poeta e il filosofo”, 1915

Dal 25 settembre a Palazzo Reale, cento opere di Giorgio de Chirico, fino al 19 gennaio 2020. Giorgio de Chirico (1888-1978) si prese cura delle rappresentazioni che dall’anima incantavano i pensieri, e le traspose in ritratti di realtà. Il 28 settembre, al Let’s di Milano una retrospettiva sulla vita e le fantasie simil-trasognate dell’artista surrealista. Ogni protagonista, che sia una piazza o un uomo intravisto di lontano, è sempre una commistione tra due elementi: veridicità (esistono sia la piazza che le persone) e nebulosa perdita della veridicità (luci controverse, elementi reali posizionati in ordini controintuitivi). Le luci, i colori pastellati, i manichini pensierosi, i reperti classici e i templi abbandonati, ogni elemento è un’espressione di fantasiose lungimiranze.

Ieri, nel pomeriggio passando per una via che s’allunga stretta e fiancheggiata da case alte e scure vidi apparire in fondo una colonna sormontata da una statua che seppi poi essere quella dell’Ariosto. Visto così, tra quelle due pareti di pietra annerata – che parevano muri d’un santuario antico – il monumento assumeva un che di misterioso e solenne, e il passante tampoco metafisicizzante si sarebbe aspettati di udire la voce di un nume vaticinare d’in fondo la piazza (Giorgio de Chirico)

E’ la verità del sussurrato, dell’inconscio che riemerge e scova le belle arti tra le cose di ogni giorno, è il senso di mistero che pullula tra le vie strette delle piccole città e domina nelle silenti immense piazze tinteggiate d’un solleone alto nel cielo, archetipo eterno. De Chirico da piccolo fu costretto a trasferirsi numerose volte, e proprio da quelle esperienze, rivelò, nacque l’osservazione e la conseguente realizzazione del mistero su tela: vide i mobili sul terreno prima del trasloco, sempre gli stessi, un armadio nero, una sedia bianca e una poltroncina ramata. La tristezza che percepì in quegli istanti di stasi, in quei frammenti temporali di attesa tra una dimora e la successiva, probabilmente fu la base della sua metafisica.

Giorgio de Chirico, “Gli archeologi” (1927)

Un altro protagonista del Surrealismo, egualmente caro a Salvador Dalì e a Renè Magritte, è il tempo. L’enigma dell’ora (1911), Gli archeologi (1927), La nostalgia del poeta (1914) oltre alle tele che riprendono le grandi narrazioni dei miti sono tutti esempi di quanto le ore che scorrono non scivolino via inosservate a chi sa osservarle. C’è un passato, paragonabile a una macchina telescrivente, e un futuro, che si può immaginare come un sipario rosso che cala all’improvviso nella stanza a poca distanza dalla macchina. I due elementi sono entrambi reali e, prima che il sipario rosso abbia la meglio sulla macchina, convivono ogni giorno insieme. Ma del tempo, ciò che preme di più osservare è il presente, che è una massa di riflessi metafisici che parlano di ieri, ipotizzano inconsapevolmente sul domani ma nel frattempo si adagiano su una panchina e percepiscono il sole caldo delle ore del pomeriggio, in quel momento in cui il cielo è sereno.

Quando il sole raggiunge il suo culmine e irradia i raggi più caldi della giornata, in italiano si chiama meriggio. In Toscana, curiosamente, il meriggio è anche un angolo di ombra in cui si può trovare ristoro dalla calura.

Giorgio de Chirico, “Mistero e melanconia di una strada” (1914)

Questo pare quasi un ammonimento, in memoria di cui dove c’è luce vi è immancabilmente una compagna d’ombra. Che ci si percepisca come un adulto in viaggio ma pur sempre in parte bambino (come dimostra Il ritorno di Ulisse, 1968) oppure che si sia in preda alle visioni di Mistero e melanconia di una strada (1914), si è sempre comunque vivi in questo guazzabuglio di sfumature, da dorate come i sogni traslucidati di interrogativi alle notti azzurre di qualche collezione di memorie fa, per poi approdare al nero impenetrabile dei sussulti indicibili. Adulatori del respiro del vento sulla pelle e del calore di maggio, inconsapevoli per abitudini del fruscio delle pagine di un quotidiano letto su una panchina e intrepidi bugiardi in corsa nel cuore delle più belle piazze del mondo: è quello che conta, è questo percepirsi a valerne la pena, e finchè se ne avrà la possibilità si dovrà goderne il più possibile, in qualunque realtà ci si trovi.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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