Achille Campanile: quando l’umorismo vuole smascherare la realtà

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Achille Campanile: quando l’umorismo vuole smascherare la realtà

Achille Campanile

L’umorismo si definisce come la capacità dell’uomo di percepire la realtà nei suoi aspetti più paradossali e nel campo letterario, chi riesce a sfruttare al meglio questo atteggiamento ha la capacità di rendere la sua una delle voci più eccentriche e originali. Nel secolo scorso, uno degli autori che si è maggiormente distinto in questo ambito è stato Achille Campanile.

L’umorista è uno che istintivamente sente il ridicolo dei luoghi comuni e perciò è tratto a fare l’opposto di quello che fanno gli altri.

Nato a Roma il 28 settembre 1899, rivela sin da giovanissimo una vocazione per la scrittura, anche se, paradossalmente, i primi racconti e scritti di scuola si ricordano improntati su un tono triste e nostalgico. Perciò, spinto dai professori, cambia drasticamente il suo stile e tra i suoi primi lavori c’è Rosmunda, una tragedia in cinque atti, nonché parodia di un omonimo lavoro di Sem Benelli.

Ma d’altra parte, la vocazione letteraria e artistica deriva anche dal DNA famigliare: il padre, Gaetano Campanile Mancini, è sceneggiatore e regista di film muti, nonché redattore capo del quotidiano La Tribuna. Nonostante questo, i genitori tentano tenacemente di far intraprendere al figlio qualsiasi altra carriera redditizia e lontana da quella paterna. Tuttavia, sia l’ingegneria navale che il mondo della musica o quello ecclesiastico sono presto abbandonati. L’impiego di avventizio presso il Ministero della Marina si rivela inoltre non solo l’ennesimo rifiuto ma anche una conferma del fatto che la scrittura è destinata a diventare la sua vera occupazione. In quanto estensore di lettere per conto del capodivisione, infatti, gli viene spesso rimproverata la sua tendenza a dare uno stile troppo personale e in parte comico ai documenti ufficiali. Per questo, nel 1918 è introdotto dal padre nella redazione de La Tribuna, con l’incarico di correttore di bozze. In seguito viene promosso a segretario di redazione, ma non è considerato seriamente dai suoi superiori, diffidenti nell’affidargli notizie. Comincia quindi a proporre articoli, prendendo spunto da notizie “secondarie” e riscrivendole in chiave comica.

Achille Campanile con Leo Longanesi, Mario Soldati e Gaetano Afeltra

Da quel momento la sua identità giornalistica lo rende sempre di più una figura affermata nel panorama italiano. Tra le testate successive per cui collabora si ricordano infatti La Stampa, L’Ambrosiano di Milano, Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo. In questi contesti gli è offerta la possibilità non solo di spaziare per la tipologia di articoli richiesti, come fatti di cronaca mondana e nera, ma anche di pubblicare parte dei suoi romanzi più famosi, come Cantilena all’angolo della strada (1933).

Nel 1922 lavora per il Travaso delle Idee, un giornale di pungente satira. Campanile si addentra quindi per un breve periodo nel campo strettamente politico, in un’epoca in cui il fascismo intende mettere a tacere scrittori possibilmente pericoli per le loro idee, diverse da quelle del Duce. Campanile riesce comunque a mantenere un tono umoristico, sfruttando il fatto che suo padre aveva lavorato per l’ufficio stampa del Governo Mussolini.

Oltre al giornalismo, è anche la carriera letteraria e teatrale a rendere Campanile un autore memorabile. A lui si deve infatti l’invenzione delle “tragedie in due battute”, piccoli atti sceneggiati per il teatro in cui Campanile, partendo da una situazione quotidiana quasi banale, arriva alle estreme conseguenze di un paradosso. Il genere è inaugurato con Colazione all’aperto (1925) e continua con L’inventore del cavallo (1927) e L’amore fa fare questo (1930). Per Campanile è uno degli espedienti più efficaci per segnalare le più originali sfaccettature della realtà che caratterizza l’Italia di allora, ma che in pochi sono in grado di comprendere.

Conseguentemente i romanzi rivelano una prosa precisa, con una ricercata scelta del lessico e un’attenzione ad argomenti “spinosi” come la morte. Paradossale è anche il triste scenario famigliare che accompagna l’autore nella composizione di alcuni suoi romanzi, come nel caso della morte del fratello Isidoro, mentre scriveva Ma che cosa è questo amore? (1927).

La produzione di Campanile è spesso accolta con entusiasmo dal pubblico, ma la letteratura accademica è restia a riconoscere la validità delle sue opere. D’altra parte, lo stesso autore comprende la difficoltà di uno scrittore ad affermarsi all’epoca con il solo genere “comico”. Tuttavia, Campanile vince per ben due volte il Premio Viareggio, nel 1933 con La Tribuna e nel 1973 con Manuale di Conversazione.

Achille Campanile muore il 4 gennaio 1977 a Lariano per un collasso cardiaco. Accanto a lui, fino all’ultimo, rimangono Giuseppina Bellavita, seconda moglie e sua collaboratrice, e il figlio Gaetano. La sua è stata una vita apparentemente dedicata alla scrittura umoristica, ma il suo in realtà era un umorismo volto a far capire al pubblico che nessuna situazione si esaurisce mai in un solo punto di vista, soprattutto se questo si rivela essere il più usuale e adoperato da tutti.

Maddalena Baschirotto per MIfacciodiCultura

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