Le stazioni per de Chirico e Murakami: partenza o arrivo, dipende solo da te

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Un conto sono le vaporose stazioni nere, quelle che aleggiano di odori di chiuso e raggiungono le narici in profondità, insomma quelle che ricordano un romanzo di Charles Dickens. Un’altra storia sono le pennellate bluastre di Claude Monet, in cui gli aloni nebbiosi sono l’epifania di quello che attende subito fuori dalla Gare.

Stazione: luogo di sosta temporanea di veicoli di vario genere

Claude Monet, “Gare Saint-Lazare a Parigi”, 1877

Molto semplicistica la definizione del vocabolario, eppure la stazione non è solo un mero aggregarsi di “veicoli di vario genere”. Nella Gare Saint-Lazare a Parigi dipinta da Claude Monet nel 1877, per esempio, alcuni potrebbero sentirsi come uno dei personaggi del sopra citato Dickens mentre altri degli avventurieri pronti a partire. Per saperlo, bisognerebbe essere catapultati in quel quadro o in quel romanzo, ma nell’attesa la mente osservatrice si può affidare all’osservazione dell’opera d’arte, sia essa una tela o delle righe su carta. Il vapore annebbia la vista, i fumi volteggiano rapidi per poi disperdersi nel mondo di smeraldine visioni caleidoscopiche che attendo appena fuori dalla galleria, ma per ora c’è presento solo un certo grigio. Poi una locomotiva sussulta tra i violacei risvegli dell’alba, è mattina, e fischia rivolta ai viaggiatori in attesa.

E’ come costruire una stazione. Una cosa bella e di valore, che è stata importante anche per poco tempo, non svanisce nel nulla per un piccolo errore. Cominciamo col costruirla la stazione, anche se non è perfetta. Se non ci fossero le stazioni, i treni non potrebbero fermarsi lì e non potremmo incontrare le persone a cui vogliamo bene. Se poi si scoprono dei difetti, si può sempre rimediare dopo. Prima di tutto costruisci la stazione. Una stazione speciale per lei, dove il treno desideri fermarsi, in cui trovare un rifugio, così, anche senza uno scopo preciso. Cerca di immaginarla nella tua mente, quella stazione, di darle concretamente forma e colore. Poi incidi con un chiodo il tuo nome sulla base, e soffiaci la vita. Questa forza ce l’hai (Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuro e i suoi anni di pellegrinaggio)

Le parole del giapponese Haruki Murakami sono esaustive, limpide, chiare: le stazioni sono una metafora, un ritratto di quello che si vuole idealizzare. Quando si sta attendendo l’arrivo di un treno, ci si può immaginare di essere in procinto di partire, con una destinazione conosciuta o ignota, e si può fantasticare sulle persone che rimarranno indietro e su quelle che, in quel momento, stanno girando attorno. Sono tante, ognuna con i suoi segreti, con il passo, con una cadenza particolare e con delle vibrazioni più o meno positive a seconda dell’umore. C’è una vastità di personalità che schizzano o camminano lente in giro per le città, dalle megalopoli alle cittadine di provincia, e per accogliere qualcuna di esse ed entrarci in contatto bisogna predisporre la propria stazione all’arrivo dell’altra. Nell’attesa, in tanto, alcuni schiacciano un sonnellino, come Giorgio de Chirico in Gare Montparnasse (La melanconia della partenza) (1916).

melanconia (o malinconia): in psicoanalisi, investimento pulsionale su un oggetto che può essere ricondotto a caratteristiche o attributi propri della persona. Per cui nella perdita della melanconia è l’Io a sentirsi svuotato e non la realtà esterna, come avviene nel lutto.

Giorgio de Chirico, “La melanconia della partenza” (1916)

Per Giorgio de Chirico, le partenze sono sogni. Un treno nero sibila sullo sfondo, il resto è una vibrazione di tinte a righe, sotto al sole eppure velate da una penombra bluastra in arrivo. Due personaggi minuscoli proiettano le ombre dell’Io, percorrendo una strada in discesa assopita sotto i raggi del meriggio. Oppure forse stanno andando verso la stazione, attratti dal grande orologio che bacchetta irremovibile le 14:30. In partenza o appena arrivati che siano i due manichini bianchi dalle sembianze antropomorfe, nessuno lo saprà mai. 

Nel mondo reale, che non è altro che il modello trasposto dai pittori secondo la singolare sensibilità, in Giappone esistono stazioni ultramoderne in cui i treni arrivano in orario, persino nei piccoli paesi in mezzo al nulla, mentre a Parigi una quantità incredibile di treni s’incrocia ogni giorno. Quante persone si osservano, quante vite si sfiorano e catturano anche per pochi secondi ogni giorno? Alcuni parlano di musubi, cioè di filo predestinato che unisce le persone, per altri sono solo coincidenze: comunque sia, le stazioni non sono mai pensieri o realtà totalmente indifferenti per nessuno. Principi melanconici o archetipi intrepidi, sono una realtà vertiginosa di movimenti e perpetue lancette che scorrono, per andare dove dipende da te.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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