Il rapporto madre e figlio nella storia dell’arte: da Klimt a Picasso

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Da Gustav Klimt a Pablo Picasso a Berthe Morisot: ognuno con la propria sensibilità ha rappresentato un’unione inscindibile: quella tra una madre e i suoi figli.

Pablo Picasso, “Maternità”, 1905

Intramontabile, alla faccia del tempo e dei cambiamenti, dei trasferimenti concreti e delle scorribande che allontanano la mente dal nido famigliare, è quello che intercorre tra chi genera la vita e chi, senza volerlo, accetta tale dono. Un dono, una meraviglia, una canzone, un dipinto: il miracolo del legame madre-figlio è stato ripreso dalle anime poetiche, siano esse degli scrittori, dei pittori o dei cantanti. Pablo Picasso è uno di questi cantori, e con una sottigliezza cromatica presenta in Maternità (1905) il volto di una donna in perfetta simbiosi col suo corpo del color del latte: attento, devoto, concentrato eppure perso nel bambino che di sotto sta succhiando il latte materno dai seni. L’abito s’intravede, è rosa chiaro, quasi trasparente, mentre un’accesa tinta color salmone circonda soavemente madre e bimbo, in un abbraccio momentaneo ed eterno.

Di pochi anni dopo è Madre e figlia (1913) realizzato da Egon Schiele. La somiglianza somatica è evidente: i capelli d’oro sbiadito restituiscono il sentito calore di un abbraccio, tra due profumi complicati che s’incontrano e scaldano, accettandosi. Schiele è un maestro delle malinconie sopite nelle espressioni, e seppur semplificati e stereotipati nelle fattezze, e forse proprio per questo ancor più struggente, i tratti degli occhi abbassati e il rosso acceso delle labbra chiuse sussurrano di un amore sconfinato. Entrambe le protagoniste sono nude: la figlia completamente, la madre solo fino alle spalle, eppure l’abito rosso acceso è troppo vivo per reggere un contrasto con il cremisi della pelle: è un eccesso, uno scardinamento dallo stato del soma. E’ il ritratto di una madre ancora più nuda di quanto sarebbe senza vestito alcuno.

Gustav Klimt, “Le tre età della donna”, 1905

Vi è poi Gustav Klimt, che nello stesso anno in cui Picasso dipinse Maturità realizzò un’opera il cui titolo già è emblematico: le tre età della donna (1905). Coi ghirigori tipici dell’arte secessionista, Klimt contorna di fiori blu come la notte, bianchi d’antiche pulite memorie di sogni primordiali, girasoli del giallo solare e foglie verdi di paradisi eterni una madre che abbraccia il figlio. Entrambi sono immersi in un sonno profondo, ma a differenza della Danae, sempre di Klimt, nessuno potrà attaccare la donna dalle guance aranciate, perchè il bambino posato sul grembo con le sue mani e la sua innocenza di riccioli castani, sarà lì a proteggerla. Si è uniti e vicini, attaccati anche senza consapevolezza, oniricamente vivendo, per poi incontrarsi una volta riaperti gli occhi, la mattina.

Un uomo che è stato da sempre l’indiscusso favorito di sua madre mantiene per tutta la vita l’atteggiamento interiore di un conquistatore, quella fiducia nel successo che di frequente porta al successo effettivo (Sigmund Freud)

Placidamente assonnate o vive d’entusiasmo, in balìa del tempo ma comunque floridamente accese dal contatto, le madri abbracciano le figure dei figli con una curiosità istintiva, mentre i figli persi in un abbraccio sono perdutamente affidati al calore materno. Cambieranno i tempi, si modificheranno gli stili, ma il tema madre-figlio non potrà mai essere soppiantato da nulla e per sempre verrà decantato, perchè immortale.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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