Favola di New York, la favola classica in un romanzo postmoderno tra metropoli e mostri da sconfiggere

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Che cosa può unire Paul Auster e The Blair Witch Project? Fermo restando che alla ricetta va unita una terza parte di Fratelli Grimm, a realizzare in maniera compiuta un cocktail del genere non può essere che una favola: nella fattispecie, una Favola di New York.

Lo abbiamo già detto, Fazi Editore ci sta abituando bene, a romanzi dalla struttura oltremodo originale e soprattutto dallo svolgimento imprevedibile, imperscrutabile: ma leggendo questo Favola di New York ci ha colto il sospetto che qui si siano toccati vertici difficilmente eguagliabili di singolarità (nel senso anche della fisica quantistica), tanto che a livello di stranezza in valore assoluto ci vien fatto di penare al primo Chuck Palahniuk. Il quale, però, con Victor LaValle ha ben poco altro a che spartire. Questo newyorchese (chi l’avrebbe mai detto?) di quarantasette anni, con all’attivo cinque romanzi, una raccolta di racconti ed una graphic novel ha infatti prodotto un’opera voluminosa e caleidoscopica, per la quale è difficile trovare una definizione univoca, tanto che al riguardo abbiamo trovato la definizione piuttosto criptica – e limitata, e parzialmente inesatta – di Urban Fiction, mentre alla ricerca di un filo di Arianna altri recensori hanno definito “carismatica” la trama del romanzo, qualsiasi cosa intendessero dire.

Victor LaValle

Vero è che Favola di New York è straniante e spiazzante. Il piccolo Apollo, che deve il suo nome all’antagonista di Rocky Balboa, non sembra ma è il protagonista, o almeno lo diventa dopo la sparizione del padre che gli  lascia dei libri ed un incubo ricorrente: e cresce con la madre di origini ugandesi, diventando proprio un commerciante di libri tra l’usato e l’antiquariato. In un’esistenza segnata dal rapporto con la parola scritta raccolta in volume, Apollo si innamora di una bibliotecaria, Emma, che sposa e dalla quale ha un figlio. E fin qui, abbiamo un racconto alla Paul Auster prima maniera, quello di Smoke e Blue in the face, un racconto proprio newyorkese postmoderno, con passaggi che fanno pensare addirittura al racconto-nel-racconto del Racconto di Natale di Auggie Wren. Qui però si innesta un punto di svolta, e la depressione post partum (ma sarà vero?) di Emma fa virare il racconto verso il dramma psycho-thriller, venato di Rosemary’s baby quando Emma dice di suo figlio un agghiacciante «Non è un bambino».

Si affaccia una conclusione soprannaturale? Non esattamente, perché in maniera ancora una volta sorprendente il lettore è atteso da una pletora di colpi di scena, riferimenti antropologici incrociati (un passaggio ricorda molto da vicini l’efficace pellicola Il Prescelto) e collegamenti favolistici (alla Grimm, appunto) che attingono al folklore internazionale ed alla favolistica tradizionale, tanto che Favola di New York, di colpo durante la lettura, va inteso in senso stretto. In buona sostanza, si passa dalla ballata blues postmoderna, al thriller, al racconto horror, alla favola nell’accezione più classica ancorché rivisitata.

Il tutto, riuscendo ad essere unitario: uno dei pregi di Favola di New York è che, sorprendentemente, tutto ciò avviene senza sobbalzi negativi rispetto all’unità del romanzo. Merito ovviamente di LaValle, che nasce come scrittore di fantascienza ed evidentemente è avvezzo a rendere plausibili l’improbabile – anche se qui gioca con l’impossibile. Dopodiché, notata la scrittura brillante e limpida, soprattutto nell’uso del lessico e nella chiarezza del discorso interiore, non possiamo dimenticare anche la valenza dei temi affrontati e della varietà di riferimenti culturali, mediati soprattutto dalla passione libraria del protagonista. Tra Baudelaire e Nietzsche, tra una notazione sulla natura della multiculturalità newyorchese ed un riferimento ad Aleister Crowley, tra una serie di notazioni sulla borghesia statunitense, sulle paure archetipiche, sulla società controllata ed il ruolo di computer e tecnologia nelle nostre vite, sullo stato sociale e sul razzismo tuttora irrisolto made in USA, si staglia l’argomento centrale, ossia quello delle genitorialità, del ruolo del genitore, moderno o meno, e della figura femminile, tuttora oggetto di violenza e controllo, all’interno sia della coppia che della società.

Favola di New York è quindi un racconto pieno di mostri, che si annidano ovunque e soprattutto dove meno ci si potrebbe aspettare; un mondo di difficile decrittazione, dove nulla o quasi è come ci si aspetta. E come tutte le vere favole, non serve però a spiegare che esistono i mostri, cosa che sappiamo già. Serve a spiegare che i mostri possono essere sconfitti. E si può vivere felici e contenti.

Ma si può vivere felici e contenti? Per sempre? Favola di New York fornisce brillantemente la propria risposta, tutta da decrittare.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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