Il mistero dell’orto di Rocksburg, brillante inizio di una saga-thriller di forte impegno sociale

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Ce lo immaginiamo con la colonna sonora di Bruce Springsteen, non quello ottimista né energico, ma quello dolente di Youngstown, di Tom Joad per intenderci (o di Nebraska, of course), degno corollario ad una fotografia polverosa e fredda alla Ken Loach di Paul, Mick e gli altri. Leggiamo, e ci vediamo scorrere un film davanti agli occhi: un thriller di caratura superiore, nel quale il delitto, come avviene nei grandi scrittori, nel quale il delitto non è neppure l’aspetto più importante della narrazione, ma giusto il macguffin, il catalizzatore attorno al quale il narratore di spessore fa ruotare le sue considerazioni socioesistenziali. Il che, è esattamente quello che avviene ne Il mistero dell’orto di Rocksburg, ne Lo scambio Imperfetto, e osiamo supporre negli altri quindici titoli che compongono la saga di Rockburg e del capo della polizia Mario Balzic.

L’autore K.C. Constantine

Carbonio Editore parla di modernariato letterario, a proposito dell’operazione che ha già portato in Italia i due titoli in questione, e che ci auguriamo vivamente finisca per portare l’intero ciclo di Rockburg: la definizione è pertinente e scelta a ragion veduta, perché l’intero ciclo data dal 1972 al 2002; e si tratta, vista la qualità letteraria delle opere di un’operazione doverosa, per la quale non possiamo che gioire del fatto che ci venga fatto conoscere questo K.C. Constantine, alias di Carl Constantine Kosak, marine, giocatore di football, giornalista ed insegnante di scrittura – personaggio schivo al limite della misantropia (il che ce lo rende vieppiù simpatico). Il quale Constantine è tutto da scoprire per noi, ma è da quarant’anni scrittore di culto negli Stati Uniti, il che non va precisamente a nostro vanto.

Vediamo dunque di recuperare il tempo perduto, partendo verosimilmente dall’esordio di Mario Balzic, capo della polizia di origini italo-serbe, ossia con Il mistero dell’orto di Rocksburg: della trama del quale diremo pochissimo, giusto che si parte da quella che sembra essere una semplice scomparsa estemporanea da casa del poco raccomandabile Jimmy Romanelli, ex minatore finito in un brutto giro a causa dei problemi economici, o meglio della congiuntura economica, che ne hanno causato il licenziamento assieme ad altre centinaia di persone. E Jimmy Romanelli, ex minatore, ha un orto, nel quale coltiva pomodori.

K.C. Constantine, di fatto, opera un’inversione strutturale, la storia della scomparsa e delle ricerche di Jimmy Romanelli non è in primo piano: Balzic, personaggio straordinario, vivo e vivido, lavora al caso ma distratto da un’estenuante trattativa sindacale sulle condizioni lavorative del suo personale, costantemente in sottonumero; e l’ambiente sociale in cui si muove è quello di una contea un tempo florida ed ora in via di desertificazione. Rockburg sta a Constantine come Yoknapatawpha stava a Faulkner, area fittizia ma più vera della realtà, in una metà anni ’70 (mai nominati ma evidenti) in cui si registra una drammatica crisi della siderurgia nella Rust Belt, un territorio immenso che va dagli Appalachi ai Grandi Laghi (esattamente lo stesso territorio di Youngstown, in effetti). La deindustrializzazione e la globalizzazione hanno prodotto una desertificazione ed una regressione sociale: eserciti di persone che, come anche in Born in the USA, si sono ritrovati senza lavoro né certezze sotto le ombre delle raffinerie e delle fonderie chiuse, con lo spettro del penitenziario incombente da cui entrare e uscire; falliti incapaci di reinventarsi che si dedicano equanimemente all’alcool e alla violenza familiare.

A volte avevi assolutamente ragione e ti sbagliavi lo stesso. A volte l’unica cosa che potevi dire era che tutto ciò che il tuo sforzo era riuscito ad ottenere, era stato di  fotterti

La storia de Il mistero dell’orto di Rocksburg è qui, sullo sfondo restano Jimmy Romanelli ed il suo orto. Ad onore e vanto di K.C. Constantine (e dei suoi editori) una scrittura, personale, ricca di un’aggettivazione precisa e una struttura fraseologica personale, su cui fanno perno un considerevole sense of humour, un’amara ironia e disincanto, e la capacità di costruire dialoghi di strabiliante vividezza, che ruotano sempre attorno a Mario Balzic. Personaggio di spessore assoluto: tanto che negli anni ’80 venne richiesto dai produttori del tenente Colombo, che da Constantine (schivo e restio ai riflettori, dicevamo) ricevettero un definitivo rifiuto. Balzic ha profondi problemi personali, un rapporto eccessivo con l’alcool, con le autorità superiori si gestisce malissimo, la famiglia bordeggia sull’orlo di una crisi di nervi: degno frutto di quella rivoluzione epocale realista nel racconto poliziesco (che noi vogliamo datare al 1956 grazie ad Ed McBain e all’87° Distretto) che ha spostato i protagonisti dai maestosi ed infallibili detective del giallo classico ai piccoli, goffi e disperati poliziotti quanto più possibile verosimili.

Una città della Rust Belt

Con Il mistero dell’orto di Rocksburg inizia un ciclo, quindi: un polittico che attraverso le inchieste di Mario Balzic dipinge un tracollo economico visto attraverso un microscopio che aumenta gli ingrandimenti fino a mettere in luce i conseguenti tracolli sociale, morale ed individuale. La cosa stupefacente è che ciò avviene con una trama da thriller che funziona perfettamente: perché se il riferimento a Falukner è più che pertinente, la profondità dell’analisi socioeconomica che Constantine mette in scena in Il mistero dell’orto di Rocksburg richiama John Steinbeck e la profondità della crisi del capolavoro Furore – un modello non da poco a cui rifarsi, invero.

Il tutto, ci sentiamo di affermarlo avendo avuto la riprova di appena due di diciassette romanzi, dicevamo: per cui si prega l’editore di provvedere alla pubblicazione del resto con cortese sollecitudine.

As soon as possible, prego.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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