La fragilità di De Gregori incontra la fantasia di Pollock al LET’S

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Cosa possono avere in comune il massimo esponente dell’action painting e uno dei cantautori italiani più famosi del secolo scorso? Al LET’S di Milano, giovedì 19 settembre si tenterà di rispondere, andando a ritrovare il fil rouge che collega i due grandi maestri dell’arte.

(…) e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.
E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’,
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa (Alice, Francesco De Gregori)

«Non bisogna vergognarsi della propria fragilità»: così dichiarava Franesco De Gregori in un’intervista del 2006, e non si può negare che lui, le sue fragilità, non le abbia mai nascoste. Probabilmente il termine può risultare ambiguo, e spesso viene erroneamente associato a un evento negativo, tendenzialmente imminente. La Treccani definisce la fragilità con queste parole: «qualità, condizione di ciò che è fragile, in senso proprio e figurato». Eppure, bando alla definizione, De Gregori fece un passo ulteriore, di maggior sensibilità nonostante non gli piacque mai essere chiamato poeta seppur lo fu a tutti gli effetti, in quanto comprese che la fragilità ha un’infinità di sfumature.

Non c’è solo una condizione in cui qualcosa sta per rompersi, per cedere, per crollare, ma dentro ogni umore di qualunque persona si nasconde un grumo vermiglio e bluastro che in potenza potrebbe, oppure già è, un magnifico exploit di fragilità. C’è l’ingenua fragilità di Alice, che disincantata guarda i gatti e i gatti girano nel sole ma vi è anche una dolce Venere di Rimmel come quando fuori pioveva. 

E un futuro invadente, fossi stato un po’ più giovane
L’avrei distrutto con la fantasia
L’avrei stracciato con la fantasia

Probabilmente è proprio questo che unisce la fragilità maestra e necessaria per crescere di De Gregori con l’entusiasmo di Jackson Pollock: la fantasia. 

Quando sono “nel” mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del “familiarizzare” che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine, ecc., perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto con il dipinto che il risultato è un disastro. Altrimenti c’è pura armonia, un semplice dare e prendere, ed il dipinto viene fuori bene (Jackson Pollock)

Dichiarando questo, il maggiore esponente dell’espressionismo astratto dichiara la sua devozione alla perdita momentanea del contatto con sè, in quanto la genialità dell’artista sta proprio nel credere a quello che, senza ragionamenti presenti, il proprio Sè genererà. La sola firma di Pollock è riassuntiva dell’animo dell’artista: un corvino ribelle, protendente verso destra, con una fluidità non indifferente. A Spring, su finanziamento di Peggy Guggenheim, adibì un fienile a suo studio, e lì avviò quella commistione di nuove tecniche all’avanguardia, che scardinarono per sempre qualunque ombra di classicità, nei temi e nelle tecniche. Bandito il cavalletto e optato per la tecnica della sgocciolatura, riprendendo le linee disperse di Schmidt-Rottluff e Kirchner, le linee scure e bionde, quelle rossastre e le striature come segni sulla pelle, si formarono sulle tele. 

Grovigli ingarbugliati e schizzi bluastri da cui emerge La lupa (1943), con riverberi turchesi e d’istinto un lampo di nero che occupa gli spazi di Mural (1943): ecco l’essenza di Pollock, che sembra essere lo sfondo di quelle stelle appiccicate al cielo, che quasi fanno venire voglia di piangere è poco davanti a tutta questa libertà.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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