I preraffaelliti e l’abbraccio decadente delle notti simboliste

Il decadentismo delle notti simboliste

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Dante Gabriel Rossetti, William Hunt, John Everett Millais e  John William Waterhouse sono i nomi dei principali portavoci dei Preraffaelliti, i protagonisti delle opere in mostra a Palazzo Reale (Milano, fino al 6 ottobre 2019).

Tutto incominciò nel 1848, nel pieno della primavera dei popoli, quando la Confraternita prese una posizione: tornare al periodo precedente all’influenza di Raffaello,, accusato di aver imposto un’eccessiva rigidità di forme, a discapito dell’espressione sincera dei moti dell’animo. Complici i moti che sconvolgevano l’Europa, e con le premesse letterarie di autori come Oscar Wilde mistificatori del buonismo vittoriano, i Preraffaelliti s’imposero sulla scena, apportando una vera e propria rivoluzione. Una delle opere più conosciute è “Ophelia” di Millais, oltre a “The lady of Shalott” di Waterhouse.

  • John Everett Millais, “Ophelia”, 1851-52

(…) Le sue vesti si gonfiarono, e come una sirena per un poco la sorressero, mentre cantava brani di canzoni antiche, come una ignara del suo stesso rischio, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare a lungo, finché le sue vesti, pesanti dal loro imbeversi, trassero la povera infelice dalle sue melodie alla morte fangosa (Amleto)

John Everett Millais, dettaglio “Ophelia”, 1851-52

Ammaliato dalle suggestive trame shakespeariane, Millais ritrasse con un’attenta dedizione ai dettagli la fisionomia di Ofelia, la cui modella fu Elizabeth Siddal, musa della confraternita e futura moglie di Rossetti. Dopo aver realizzato lo sfondo con dovizia di una vegetazione fluttuante e con la veridicità che uno scenario d’improvvisa natura può offrire- con anche un pettirosso e in antitesi un teschio, tra la melodia e la morte- Millais si dedicò alla protagonista. La Siddal, che compare come modella più di chiunque altro nelle opere dei preraffaelliti, posò in una vasca, finendo per buscare una bronchite per il troppo freddo. Il pallore di lei e lo sciame rosso di fervida gioventù, nobilitati dall’argento delle filigrane e da una mano ancora serrata su un mazzolino di fiori varipinti, conferisce alla scena un realismo estremo, contornato però da un simbolismo lampante e da scie di decadentismo velato.

  • John William Waterhouse, “The lady of Shalott” di Waterhouse,  (1849 – 1917) 

E lungo la penombra del fiume
Come un audace veggente in trance ,
vedendo tutta la sua sfortuna
Con un’espressione vetrosa Guardò
Camelot.
E alla fine della giornata
Allentò la catena e si sdraiò ;
L’ampio torrente la portava lontano,
La signora di Shalott (Tennyson)

John William Waterhouse, dettaglio “The lady of Shalott” di Waterhouse,  (1849 – 1917)

La leggenda illustrata a più riprese da Waterhouse narra di una donna che non poteva osservare il mondo esterno con i propri occhi, ma solo attraverso uno specchio; ogni scena che i suoi occhi vedevano doveva essere ricucita su un arazzo. Un giorno capitò che lo specchio mostrò alla signora Lancillotto, che passava nella zona: allora accadde che la signora di Shalott corse per osservarlo coi suoi occhi, spezzando l’incantesimo. Terrorizzata, con la consapevolezza di una maledizione addosso, la donna fuggì su una barca nel bel mezzo di una tempesta, e lì morì prima di rivedere la riva. Insieme ad altri cavalieri, fu proprio Lancillotto a rinvenirne il corpo senza vita, il quale pregò il signore di assolvere l’anima di Lady Shalott.

Anthony Frederick Augustus Sandys, “Mary Magdalene”, 1858-60

L’espressione crucciata, con una giovinezza in preda alla disperazione, fa da contrasto con il limpido colore dell’abito e il ricco giallo delle decorazioni delle vesti, a pendant con la fiumana di capelli del color dell’ambra. La fuga, l’ossessione per una paura e una prigione e la ricerca folle della passione: ecco l’essenza del mito, nonchè gli ingredienti base di qualunque artista dei preraffaelliti. La mostra di Palazzo Reale, grazie anche al design curato nel dettaglio, tra ombre riflesse e sagome nere su sfondo rosso, garantisce un’immersione totale in un mondo incantato, o forse sarebbe più corretto dire “decantato” da tutte le formalità del perbenismo razionale. La ricerca è la chiarezza delle fisionomie nel simbolismo, il che potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è: sono proprio le figure, delineate nei dettagli e nei lampi chiari e scuri a contrasto, a raccontare storie e miti quanto mai reali, proprio perchè evocanti un inconscio collettivo che, tra bellezza e mistico terrore, in una parole sublime, appartiene a tutti noi.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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