I grandi classici – Il grande mistero di Bow, Israel Zangwill ed il capostipite del genere “camera chiusa”

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«Oggigiorno i cervelli sono a buon mercato e Denzil era felice per il solo fatto di avere un cliente». L’oggigiorno in questione risale al 1891, e vien fatto di chiederci cosa penserebbe l’autore del nostro oggigiorno, nel quale i cervelli sono nei cesti degli ultrasconti dei supermercati, assieme alla merce in scadenza imminente. Comunque sia, la citazione è una delle tante frasi rimarchevoli che arricchiscono e rendono piacevole la lettura de Il grande mistero di Bow: che non è il capolavoro di Israel Zangwill, non prolifico ma poliedrico autore inglese vissuto tra il 1864 ed il 1926, di cui ricordiamo anche Racconti del ghetto e Il re degli Schnorrer, ma ha una caratteristica che lo rende unico. Il grande mistero di Bow, letto da noi nell’edizione Sellerio, si fregia infatti del titolo di primo romanzo giallo del genere che specialisti e cultori del settore definiscono “della camera chiusa”.

Israel Zangwill

L’omicidio intorno al quale ruota l’intera trama de Il grande mistero di Bow avviene infatti in una stanza chiusa ermeticamente dall’interno, senza ulteriori accessi possibili che non siano la porta sprangata; né è possibile, come si scopre ben presto, che si tratti di suicidio: in una sorta di paradosso di Schroedinger, la vittima Arthur Constant non può essersi suicidato e non può essere stato ucciso, mentre è evidente che sia morto con la gola recisa, il che esclude la morte naturale – per quanto la cronaca nera statunitense ci abbia fornito un caso in cui ciò potrebbe essere considerata “morte naturale”, poiché è naturale che una persona con la gola tagliata muoia.

Anche se oggigiorno Il grande mistero di Bow e con lui Israel Zangwill sono pressoché misconosciuti al grande pubblico, questo breve romanzo apparso a puntate su una rivista può quindi essere annoverato come un Classico. Dipoi, la scrittura di Zangwill rende la lettura estremamente gradevole: una forte caratterizzazione lessicale dei personaggi, una brillante serie di notazioni di stampo sociologico e psicologico, e uno humour ebraico-inglese rendono Il grande mistero di Bow un volume che si divora e si ricorda, ancorché nel genere giallo. Il fatto di essere un capostipite del sottogenere “camera chiusa” rende il tutto più accattivante: una miriade di autori di romanzi polizieschi si è infatti cimentata, con varianti assortite, con tale sfida, da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, da Ellery Queen a zia Agatha, Conan Doyle e Carr, per arrivare al tenente Colombo ed al detective Monk (così, tanto per mescolare autori e personaggi); perché il genere è stato esplorato ovviamente anche dal cinema, per la sua spettacolarità, e dalle serie tv più brillanti (oltre ad aver generato fiori di antologie a tema).

Il grande mistero di Bow è l’opera prima di Zangwill, che fu anche drammaturgo e umorista -i contemporanei trovarono eccessiva la presenza dell’umorismo del Il grande mistero di Bow), nonché critico ed autore per un nascente mondo del cinema. Ma lo humour in Zangwill è una presenza consapevole, quasi pirandelliana, tanto che lo stesso autore ne parla in una interessantissima – per una volta – nota all’opera. E del resto, Il grande mistero di Bow è un “giallo” più profondo di quanto possa apparire a prima vista o ad un lettura superficiale, tanto che ravvisiamo una nota pirandelliana anche in una “tematica della maschera”. Del resto, altri aspetti o passaggi sono di una sorprendente modernità, come tutti i paragrafi relativi alla memoria, all’attendibilità delle testimonianze, ai metodi di indagine, che potrebbero far pensare ad un ben più recente lavoro avente per protagonisti i profiler, ad esempio.

Il signor Monk e la stanza del panico, variazione su tema

Non possiamo ovviamente, trattandosi di un racconto la cui trama ruota attorno al mistero, svelare più di tanto (lungi da noi l’uso del termine spoilerare) sull’intreccio: ci preme però dire che c’è un che di hitchcockiano, quello di Rope poi ripreso da Formula per un delitto, col che introduciamo una considerazione finale. In Il grande mistero di Bow, Zangwill è anche il primo ad interloquire direttamente col lettore (al netto del fatto che la pubblicazione a puntate è uno dei pochi limiti del romanzo, che ne risulta in un certo modo frammentato), sfidandolo alla risoluzione del mistero (cosa che verrà poi ripresa da Ellery Queen); nel fare ciò, l’autore mette a disposizione del lettore tutti gli elementi per la soluzione del mistero, ma ben difficilmente quest’ultimo vi perviene. La strutturazione del giallo classico è infatti simile ad un gioco da casinò in cui il banco, nella persona dello scrittore, vince sempre; o, meglio ancora, e ne Il grande mistero di Bow ciò è preponderante, la messa a disposizione degli indizi è oltremodo simile ad un ben congegnato gioco di prestigio, nel quale tutti gli elementi sono in vista ma manca la chiave di lettura per decifrarli compiutamente: me nessuna magia, solo trucchi ben congegnati e/o l’aiuto di un complice. Nel giallo classico, insomma, il trucco c’è, e ne Il grande mistero di Bow, trattandosi di una “camera chiusa”, è anche eclatante.

In principio fu Poe; o no?

Tutte motivazioni per una interessante e divertita lettura Il grande mistero di Bow, occasione a sua volta per un scoperta-riscoperta di Israel Zangwill. E per una riflessione: se è vero infatti che si ritiene Il grande mistero di Bow il capostipite del genere della camera chiusa, che dire, come dimenticare I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe?

Un mistero su cui vale la pena indagare.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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