Giancarlo Siani e le sue inchieste scomode sulla Camorra negli anni ’80

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Immaginiamo un giovane cronista fresco di studi che collabora assiduamente con una certa testata, immaginiamo che il suo sogno sia effettivamente quello di essere promosso a giornalista professionista dopo il dovuto esame, immaginiamo che svolga con onestà il proprio lavoro e anzi, che creda fermamente nei propri valori e nel proprio mestiere, e soprattutto che voglia il bene delle persone attorno a lui, la famiglia, gli amici. Ora immaginiamo che la stessa persona, lo stesso giornalista – che a causa della voglia di scoprire la verità per il dovere di una giusta informazione – si trovi tra le mani delle informazioni scomode, che hanno a che fare con la criminalità organizzata delle sue zone, ma che nonostante tutto continui a scrivere come ha sempre fatto, magari nascondendo quel minimo di paura per la propria incolumità.

Questa giovane penna coraggiosa oggi avrebbe compiuto sessant′anni, era di origine napoletana, si chiamava Giancarlo Siani. Dopo gli esordi a Il lavoro nel Sud, diventa corrispondente di cronaca nera per Il Mattinotra la redazione di Torre Annunziata e di Castellammare di Stabia, e proprio in questo contesto viene a conoscenza dei fenomeni mafiosi camorristi che riguardano i boss locali, in primis il clan Nuvoletta, poi responsabile dell‘uccisione di Siani. Dopo i primi articoli riguardanti l‘emarginazione e il mondo del lavoro in meridione, Giancarlo si dedica a inchieste sempre più scomode, va a rintracciare i perché, i dubbi, i fili rossi dei fenomeni che osserva, e purtroppo quello che scopre gli viene ritorto contro – come è capitato spesso ai giornalisti che si occupano di informazione e mafia. In sostanza, ciò che ha compromesso la vita di Siani è stato un articolo riguardante la famiglia Nuvoletta, alleata con Totò Riina e i corleonesi, e quella dei Bardellino, i quali si supponeva volessero vendere alle forze dell‘ordine il boss Valentino Gionta, ormai ritenuto pericoloso per il mantenimento del loro potere e dei loro traffici. Ci sono voluti dodici anni e tre pentiti per arrivare finalmente ai mandanti dell‘omicidio. Il sindaco della città, coinvolto nel processo, alla fine non si rivelò colpevole per l‘omicidio, ma fu comunque condannato per corruzione e associazione di stampo mafioso.

A diffondere la figura di Giancarlo Siani – anche come esempio di uomo civile, attento alle questioni sociali, alla scuola, alle manifestazioni per i propri diritti – ci ha pensato Marco Risi nel 2009 col suo film intitolato Fortàpasc, un termine volutamente storpiato da Fort Apache nel linguaggio western, per indicare una città sotto assedio da parte della malavita. Il regista mette l‘accento solo sugli ultimi quattro mesi della vita del giornalista – interpretato da Libero De Rienzo, al fine di tracciare e di testimoniare il suo primario interesse nel raccontare le storie e le notizie così come erano, con una vocazione libera ma corretta della professione. Per una Napoli costantemente posta sotto i riflettori della criminalità, Siani era una speranza venuta a mancare troppo presto, comunque un simbolo di incoraggiamento per tutti coloro che sognavano, e sognano, di riuscire a realizzare lo stesso fine di giustizia. Lo stesso Giancarlo si definiva un giornalista–giornalista, per l‘umiltà del suo operato.

Adesso immaginiamo questo. Era il 23 settembre 1985, da pochi giorni Siani aveva compiuto ventisei anni. Come si nota dalla pellicola di Risi, proprio quella sera avrebbe voluto andare al concerto di Vasco a Napoli, ma i biglietti che un amico pensava di procurargli erano finiti. Così Giancarlo dalla redazione torna verso il Vomero, a casa sua, e a bordo della sua Citroën Mehari verde gli capita casualmente di ascoltare alla radio un brano di Vasco, Ogni volta. Alza lo sguardo verso la luna e sorride. Per una volta, limitiamoci a immaginare solo questo, onorando il suo messaggio di speranza, senza pensare a quei terribili spari fatali che vennero dopo, all‘improvviso, portando via le sue parole.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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